Rassegna storica del Risorgimento
CARLO ALBERTO RE DI SARDEGNA ; STATO PONTIFICIO
anno
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1941
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pagina
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724
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724 Libri e periodici
deliberò di richiedersi monsignor vescovo per il canto del Te Deum con discorso analogo per lo stesso giorno e infine di ordinare a circolarmente a tatti i Comuni del distretto di adottare ristesso sistema per mezzo dei sindaci, acciò unissero la loro cooperazione, tanto con uomini armati, quanto per serbare ristesso sistema in tutte le amministrazioni}. Ma ecco comparire a mezzodi, a passo lento, alto, imponente il vescovo Domenico Ricciardoue. Dimentico dei soprusi sopportati la notte innanzi, animato da vero spirito apostolico, invita paternamente alla calma e a deporre e a restituire le armi. H male fatto era grande, ma non doveva venir più grande. Per fortuna un solo gendarme era stato nello scompiglio leggermente ferito e un colpo di fucile, tirato contro un borbonico, non aveva avuto il suo effetto. I Comuni dei paesi vicini, ebe erano stati avvertiti della sommossa di Penne, non avevano ancora risposto; ma che potevano rispondere? Loreto Agurtina, si, aveva risposto, ma di mostrarsi pronto ad usare, le armi contro i rivoltosi se si fossero avvicinati al paese. A che prò continuare in un disordine che non avrebbe dato nessun frutto? Tornassero tranquilli alle loro case: il re senza dubbio avrebbe usato con tutti clemenza. La voce cordiale del Vescovo convinse i presenti a desistere dai loro propositi, eccetto alcuni pochi che continuarono a percorrere armati la città.
Però il perdono, tanto sperato, non venne. Anzi il Governo volle che il castigo fosse immediato ed esemplare. Interessanti notìzie, scrupolosamente vagliate, ci porge l'A. intorno al dibattito giudiziario, su cui troppe cose si sono dette e scritte sino ad oggi che non rispondono al vero. Poiché non ci è possibile seguire passo passo la narrazione diffusa e paziente basterà ricordare che, per ordine del Ministro di Grazia e Giustizia, il 14 agosto s'iniziò l'istruzione del processo del misfatto e che t'11 ottobre il Ministro stesso nominò una Commissione militare elevata in Consiglio di guerra, la quale all'unanimità condannò alla pena di morte, da eseguirsi con il terzo grado di pubblico esempio, otto degli insorti, ritenuti tra i più colpevoli; uno condannò all'ergastolo, tre alla pena del quarto grado di ferro per anni 30; sette alla stessa pena per anni 25; due alO anni di reclusione; 4 ebbero la libertà provvisoria sotto la vigilanza della polizia.
La sentenza contro i condannati a morte venne eseguita a Teramo, nelle ventiquattro ore, da un plotone di gendarmi nella piazza della cittadella che un tempo si chiamava Cittarella , ed era un prato libero in parte di case, finiente in un declivio. Il Commissario del Re Io stesso di comunicava al Ministro della polizia che il pubblico era stato colpito vivamente dall'esempio' della vindice spada della giustizia; ma Clemente De Caesaris venticinque anni dopo con preciso ricordo scriveva che tutta Teramo aveva pianto quel giorno in cui eran stati fuciliati otto dei suoi paesani, vittima della tirannide borbonica, documento sanguinoso di amore per la libertà.
Né il processo fini li : altre 53 persone furono in seguito sottoposte a giudizio, sicché ben 102 furono gli implicati nella indegna rivolta, compresi i tre latitanti Forcella, Castiglione e Domenico De Caesaris, per i quali esistevano sovrani ordini di arresto e di procedimento di rigore. Ma del De Caesaris che, come nel 1814, anche nel 1847 era stato tra i promotori principali dell'insurrezione, nulla fu mai positivamente noto alle autorità sempre indagatrici. Un rigore speciale si usò contro di lui; si ascoltarono tutte le voci, si fecero nuove perquisizioni e visite di sorpresa, si tentò di subornare con promesse d'impieghi i commessi della sua ditta, si propose di offrire danaro a chi indicasse qualche traccia; ma dopo tre anni dalla rivolta non si sapeva dove fosse né si riusciva ad assicurarlo alla giustìzia e si facevano tutti i tentativi per prenderlo proprio nella casa dov'era nascosto, tra i commenti, le risa, le beffe dei cittadini.
Domenico De Caesaris eccelle fra i compagni dei moto per saldezza di fede, per costanza d'intenti, per dirittura di carattere. L'idea democratica si afferma in lui chiaramente, senza incertezze e senza tergiversazioni. Uomo di popolo, che tutto doveva al lavoro* ebbe per tutta la vita avversione alla nobiltà oziosa e vanitosa. Nel 1842, esule volontario a Corfù, lasciò ai suoi un famoso memorialenel quale li esortava al reciproco rispetto, alla più rigida economia e all'odio contro i nobili, contro i preti e contro i frati,