Rassegna storica del Risorgimento

DA COMO UGO
anno <1942>   pagina <109>
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LIBRI E PERIODICI
CONCETTO PETTINATO, La lezione del Medioevo; Milano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 1940-XVIIL in 16, pp. 429. L. 22.
un libro polemico, appassionato e colorito, che si propone di riesaminare con criteri moderni le vicende e il senso generale del Medioevo. Alla formazione di nn saldo potere statale, afferma VA., hanno contrastato da noi, nell'età di mezzo, gli interessi chiesa­stici e l'universalismo astratto e teorico del Sacro Romano Impero. Il processo di rico­struzione di un tessuto connettivo nazionale, faticosamente iniziato dai re longobardi, s'interrompe con l'incoronazione dell'800: l'intervento francese, a dispetto delle sue apparenze pacifiche, con la sua politica di presenza assente e di bilanciato equilibrio, coltiva nella Penisola L'anarchia e vi consolida il particolarismo feudale, scalzando del tutto la tradizione romana proprio quando la lenta assimilazione dell'elemento bar­barico stava per consentirle di riaffermare il proprio ascendente. Dopo il crollo carolin­gio, nell'ora di crisi dell'onnipotenza francotedesca e dell'onnipotenza ecclesiastica sua alleata, par sia giunto il momento propizio per i signori italiani di rivendicare l'Impero per sé; e invero sino alla metà del secolo X il .regno d'Italia sta di casa in Italia, anche se è un povero regno, senza frontiere né capitale, senza ministri, e dove i re non hanno recapito fisso. Ma l'ingerenza episcopale, esplicantesi per fòrza di cose in funzione dello interesse locale del momento, paralizza lo sforzo dinastico dei monarchi che si succe­dono alla ribalta, ed esercita, neh" impedire l'organizzazione della sovranità laica, una azione forse più decisiva, in ogni caso più precisa e diretta che non lo stesso universa­lismo romano. L'avvento dei Comuni segna il trionfo del frazionamento politico: astuzia ed inganno, crudeltà e tradimento, nati dalla discordia fraterna come gramigna da un campo inselvatichito, danno l'ultimo colpo di pollice all'anima italiana che si prepara così alla sua estrema rovina.
Questo, in breve, il succo del libro, ricco indubbiamente di solida dottrina e di spunti geniali, ma che, a mio avviso, ha un torto fondamentale: di non riconoscere nessun valore di sorta alla forza conservatrice della nostra indole e della nostra tradi­zione. L'unità della storia d'Italia, che dura nei secoli, ad onta delle apparenti antinomie, e che sopravvive anche nei periodi del più nefasto smembramento, non è un concetto antistorico o una pura esercitazione rettorica come vorrebbe il Pettinato; ma è il filo conduttore che giova a farci conoscere la genesi della formazione della nostra civiltà e del nostro pensiero. H negare uno spirito unitario, impresso nella struttura morale e giuridica delia penisola fin dalla caduta di Roma, travolto spesso ma non mai distrutto dalle dolorose contingenze politiche, porta il Pettinato a non comprendere, ad esempio, come dalla civiltà dei Comuni, che è la continuazione della civiltà mediterranea, al disopra delle gravi rivalità municipali superbamente si affermi l'affinità etnica e morale del popolo italiano. I piccoli nuclei comunali, autonomi e svariati, sono si tra di loro in perpetua discordia, ma hanno però la quasi identica attrezzatura interna, si pongono su per giù gli stessi problemi politici, si sentono uni di sangue, di lingua, di cultura, di diritto. Essi non sono affatto un peggioramento della conformazione feudale, ma rap­presentano, pur tra la molteplicità irrimediabile, un nuovo comune principio di auto­governo, una nuova forza comune di espansione e di progresso. Non convicn credere, come par opini il Pettinato, che sia mancato sempre da noi mi chiaro sentimento di nazione; mancò piuttosto la coscienza dello Stato, che ben altra cosa; coscienza che mancò peraltro, per molti secoli, anche nei paesi stranieri, o per lo meno vi si fece strada assai faticosamente e assai faticosamente (ripeto le parole del Volpe) si realizzò nell'ordine giuridico.