Rassegna storica del Risorgimento

DA COMO UGO
anno <1942>   pagina <110>
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HO Libri e periodici
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L'atteggiamento del Pettinato verso i Comuni italiani lo porta naturalmente a sopravalutare 1*importanza di Federico II, che egli considera nientemeno che il Redentore, cui avrebbero dovuto gli italiani affidarsi totù corde per veder solva l'Italia dalla inevitabile rovina. In verità Federico II non ebbe altro scopo, lottando contro i Comuni, di quel che aveva avuto il suo grande avo: mirò ad un ritorno assurdo ad mi passato lontano; non protese rocchio vigile verso l'avvenire. Il grande sogno del sovrano filosofo non fu l'unità d'Italia, ma la resurrezione di un mito, di quell'impero fantasma, a cui i Comuni avevano già inflitto sui campi di Legnano un colpo fatale.
Anche sulT idea nazionale di Dante non mi pare intenda molto giusto il Pettinato. Il poeta visse sì in un orizzonte di torri e di mura, ma seppe levare ben su in alto lo sguardo: al disopra dei reggimenti civili allora legittimamente costituiti egli ebbe la visione concreta e precisa della penisola nostra fondamentalmente una di spiriti, di costituzioni, di forme, ma travolta dalle cupidigie sfrenate; e concepì la speranza (la-sola possibile nel suo tempo) che la potenza imperiale, rifattasi attiva e vigorosa, con un'assidua azione di controllo, senza intaccare la facoltà dei liberi governi, sapesse por freno al crescente disordine. Ma vi è un punto soprattutto su cui non è possibile asso­lutamente convenire con l'A., cioè l'identificazione del Veltro dantesco con lo Spirito Santo. H pensiero politicoreligioso di Dante, essenzialmente ortodosso, non ha nulla a che fare con quello di Gioachino. Non bisogna confondere l'attesa indeterminata di un clero o di un papato rinnovato con l'aspettazione di una terza età che succeda alla cristiana. Il Libro détte Figure, testé pubblicato con tanta sagacia e diligenza dal Tondelli, risolve ormai la questione in maniera inequivocabile. MA TONO CrRAVFCVA
AMBROGIO CARACCIOLO DI TORCHIARONO, Una Famiglia italianissima. I Caracciolo di Napoli nella storia e nella leggenda; Napoli, R. Stabilimento Tipografico Francesco Giannini e figli, 1939-XVHI, in 8, pp. 369 con ili., s.p.
È la storia ampiamente documentata dei vari rami della famiglia Caracciolo, fra le più illustri d'Italia (forse la più antica), che ha dato alla patria, nelTawicendarsi di grandi e piccole fortune, santi ed eroi, uomini di guerra e uomini di stato, viceré e governatori, principi e cardinali, arcivescovi e vescovi, ambasciatori, generali, ammiragli.
Il racconto, frutto di un trentennio di ricerche nell'archivio di stato di Napoli, negli archivi di stato di guerra e di corte di Vienna, nell'archivio di Simanca e negli archivi di quasi tutte le terre in feudo della famiglia, è riccamente illustrato ed è preceduto dalla riproduzione di tutti gli stemmi e i motti o imprese che furono usati dai Caracciolo specialmente prima del sec. XIV e dall'elenco di tutti i titoli e i domini posseduti.
Intorno all'origine dei Caracciolo si sono sbizzarriti gli scrittori di cose patrie, creando una fioritura di leggende più o meno fantastiche o sostenendo, spesso, test estremamente presuntuose Secondo l'A. la famìglia, stabilita in Napoli sin dal sec. IX, è indubbiamente d'origine bizantina e si deve identificare con i Caracciolo (o Catacolo o Calacolo) di Bisanzio, ai quali appartennero, tra gli altri, l'imperatrice Eudossia, moglie dell'imperatore Arcadio, e il famoso Ambusto Caracolo duca di Antiochia che, acclamato imperatore di Oriente quando fu deposto Michele Striatiotico, rinunziò al soglio imperiale facendo eleggere in sua vece Isacio Commeno. Fin dal tempo del ducato napoletano i Caracciolo fecero parte dei cittadini più ragguardevoli (nobittores homines) e molti di essi nelle scritture del tempo sono qualificati col titolo, allora ele­vatissimo, di dmninus. Nel sec. XIII la fama della famiglia, già immortalata dal più grande luminare della Chiesa, S. Tommaso di Aquino, nato dal grembo di Teodora Caracciolo, valicò i confini della patria per l'eroismo di Giovanni, già viceré di Sicilia, che preferì di essere bruciato vivo anziché arrendersi ai genovesi collegati con il Papa per togliere il regno all'imperatore; e per il largo stuolo di illustri personaggi della Casa che parteciparono alle più notevoli vicende politiche: quali Bernardino Caracciolo,