Rassegna storica del Risorgimento
1848 ; DUE SICILIE (REGNO DELLE)
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1942
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Il Governo napoletano nei primi due mesi del 1848 365
delle troppe, fortemente ripugna il Re, con una parte del Consiglio. Però non pare possa farsi altrimenti di condiscendere, attesa la mancanza di mezzi veramente idonei di costringimento o meglio ancora l'inopportunità dì farne uso colle basi e principi costi Limonali già qui adottati. Li Siciliani d'altronde sono ostinati ed anche sostenuti, mentre il Re, piuttosto vacillante per il già sofferto scacco, vien consigliato ed influenzato da persone purtroppo ancora di opinioni diverse. Del resto poi S. M. à perduto sullo spirito dei Siciliani ogni sorta di confidenza, e solo l'estrema condiscendenza potrà far vivere ancora colà il suo nome sin qui più o meno esecrato. A questo proposito entrerò più tardi in alcuni particolari i quali se non giustificheranno pienamente l'ostinate pretensioni dei Siciliani, spiegheranno come possano venir loro dettate. Convien però riflettere che un tal distacco amministrativo e legislativo della Sicilia, che prima sarebbe davvero stato inammissibile, lo sembra molto meno colle nuove idee di Governo che si vanno comunque sia innestando col fatto delle riforme e dei cangiamenti organici delle istituzioni. Però in tali materie non tanto facilmente cammina il criterio del Re: e questo di cui si tratta si è un sacrificio per lai penosissimo; e sin che egli non sia interamente consumato non si può sperare che S. M. seriamente penai all'andamento delle cose interne, né che tampoco ella capisca e voglia occuparsi ossia studiare la nuova situazione politica in cui viene a trovarsi e nella quale velie aut notte dovrà mantenersi.
Anche di questo discorrerò in appresso che parmi essere un argomento capitale. Qui in Napoli, malgrado l'estrema angustia della circostanza, gli autori o conduttori del movimento non si restano dal progredire, ed anzi pare utilizzino l'ambascia in cui si trova il Governo rispetto la Sicilia, per ottener maggior forza, maggior influenza. Cosi anche ieri vi fu una nuova ed improvvisata ma inoffensiva dimostrazione nel largo del palazzo sotto le finestre del Re. Più migliaia di operai o tali così detti, clamorosamente si agitavano, strillando a più non posso lavoro, impiego, ecc., ecc. Mandò S. M. distribuir qua e là nella folla del danaro che veniva respinto dicendo si chiede lavoro e non l'elemosina: in tal guisa si tumultuò ben bene, sin che dietro esortazioni partite da persone ivi frammiste, si acquietò questa gente e poco a poco ai andò dissipando. Cito questo per norma dello stato delle cose; stato che a nessun altro rassomiglia di quanti mai hanno afflitto ed angustiato un governo, stato indefinibile in cui non giova la forza, non vale il sapere e pel quale la condiscendenza si è, non il rimedio, ma il Bolo momentaneo palliativo. Dirò poi molto a questo proposito, perchè quanto corre qui fra noi, malgrado alcune modificazioni, è applicabile al rimanente d'Italia in dove le cose politiche e popolari son condotte colla stessa calcolata maestria*
Dietro certi sintomi, pare che tanto non convenga ai motori del nuovo andamento delle cose l'attuai Presidente del Consiglio, onde puolsi forse aspettare qualche mutazione prima ancora della riunione delle Camere. In primis lo suppongono troppo ligio alla Francia, troppo ancora aderente alle idee antiche e non assaporando sinceramente il gran scopo dell'indipendenza italiana. Infatti a questa ai oppone tuttala diplomazia, inclusa anche quella inglese, malgrado lo slancio con cui si è sin qui mostrata. Ma quantunque in generalo l'azione diplomatica si sia trovata sino all'ultima ora cosi sterile, nulla meno la si teme sempre perchè agisce sordamente sullo spirito del Sovrano e lo impedisce di gustare il nuovo sistemo in cui egli pur si trova.
Credo poter presentar domani le miti credenziali e subito ne ragguaglicrò Vostra .Eccellenza, Intanto la prego d'accogliere con bontà questi primi sensi della mia più sincera devozione.