Rassegna storica del Risorgimento
PELLICO SILVIO
anno
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1942
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pagina
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404
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404 Camillo Carpone
manca gente che mi dà torto d'essermi dichiarato come ho fatto. Io lascio dire, e sono amico, si, ma non adulatore di Gioberti. Questo nobile ingegno s'accorgerà, spero, un giorno, eh io non poteranno applaudire a quelle brutte malevolenze né dissimularle, e che la vera amicizia non è quella de* plaudenti e servili. Non gli risparmierò mai, s*ei vuol sopportarlo, il linguaggio fraterno a cui egli ha diritto dopo d'avermi manifestato cotanta benevolenza e stima nella famosa sua dedica.
Ho dovuto portarmi a Chiari e san ritornato con nuove doglie e poco respiro. Potrò io condurre senza temerità questo gramo corpicciuolo ad Asti, a Canterano, ove per altri il mio spirito va così spesso e volentieri?
Sono fuori del letto e non voglio medici, ma soffro e sono obbligato a far poco movimento. Del resto non è un patire violento e pensando che tanti soffrono più di me ringrazio Dio di aver piuttosto questi generi d'infermità che altri dolorosissimi.
La Signora Marchesa di Barolo si raccomanda alle sante orazioni di V. E. Rev.ma e Le porge i suoi devoti ossequi.
Mi conservi Monsignore tutto il tesoro della sua indulgentissima bontà, e creda che nessuno può essere alVE. V. più riconoscente e più affezionato del suo
Umil.mo Obbed.mo servitore Torino, 20 luglio '45 Silvio Pellico.
A. Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Filippo Artico Vescovo di Asti Principe ecc. ecc. ecc.
ASTI
Il sentimento e l'accento dì sincerità e di convinzione che avevano distinto anzi caratterizzato la sua opera di patriota e di martire sono qui messe in rilievo particolare. Quasi con ostentazione (ma è invece tatto calore di affettuosa premura verso l'amico), in questa lettera confidenziale al Vescovo di Asti, Silvio Pellico dichiara apertamente che dissente da Gioberti.
Qualcuno si diletta ancora a rappresentare il Pellico come indebolito e sfatto, come rinunciatario dopo il ritorno dallo Spielberg. Si deve dire ch'egli non rinuncia alle sue idee vagliate al controllo e al confronto con la vita e con la realtà; i suoi atteggiamenti sono chiari e fermi; i dolori morali e fisici non hanno fiaccato la sua anima, non hanno intaccato la sua sincerità. Egli rimane Silvio Pellico, sentimentale e riflessivo, dolce e forte, arrendevole per gentilezza innata e voluta, ostinato per convinzione sentita e irriducibile.
Il pronto, preciso, forte suo atteggiamento verso l'amico Gioberti lo prova chiaramente. .Egli scrive con franchezza: Qui non manca gente che mi dà torto d'essermi dichiarato come ho fatto*. Io lascio dire e sono amico sì, ma non adulatore di Gioberti.
Come in certi capitoletti delle Mie Prigioni qui la parola è ravvivata da un soffio di sentimento vivo e forte che ci fa penetrare a fondo nel suo pensiero e che suscita in noi la più schietta simpatia, confermando la ragionevolezza della nostra ammirazione.
La lettera non porta novità, ma conferma e rinforza il nostro pensiero sull'autore. Oso aggiungere però che in queste righe di Silvio Pellico al suo Vescovo, se non tutto, vi è molto del Pellico. Vi troviamo il letterato, l'uomo politico, il religioso. Il letterato sensibile per tatto ciò che interessa la cultura; l'uomo politico che concepisce il patriottismo necessariamente legato au'equflibrio e alla giustizia; il religioso sottomesso ai voleri divini, incline a trovare conforto nel pensiero che altri soffrono di più, che egli stesso potrebbe soffrire di pili, ma è rassegnato, anzi contento, perche ha trovato il
suo rifugio e il suo conforto: la Fede.
CAMILLO CARPENÌJ