Rassegna storica del Risorgimento

FLORENZI WADDINGTON MARIANNA ; MAMIANI TERENZIO ; SCHELLING FRI
anno <1942>   pagina <430>
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430 Libri e periodici
formeranno gli argomenti basilari dell'accusa, può parlare con una certa relativa sere­nità, non ostacolato da nessuna particolare astuzia o da particolari insistenze da parte della Commissione inquirente. In questo periodo, infatti, lo S trassoldo così scriveva al principe di Mettermeli (D'ANCONA, op. cit., p. 228): Mr. Confalonieri a subì quelques interrogatoires, mais la commission voyant qu'il s'abstenoit avéC soin de faire des lévélations, a cru de ne pas entrer en détails vis a vis de lui, et s'occupe à recueillir des preuves assez fortes pour pouvoir le convaincre des faits, qui sont à sa charge. È però da notare che fin dai primi interrogatori il Confalonieri adotta nelle sue deposizioni quel piano che. consigliatogli dallo stesso Menghin, finirà per essergli fatale: quello cioè di non negare, ma di ammettere i fatti, facendo però delle riserve ch'egli s'illudeva potes­sero servire a salvarlo non dico dalla severità del Governo austriaco, ma addirittura dalla condanna; sosteneva il Confalonieri, cioè, che la loro non era stata una congiura, ma solo il tentativo di preparare un ostacolo all'anarchia che si sarebbe certamente scatenata il giorno in cui gli Austriaci, come essi stessi dichiaravano di voler fare di fronte all'avanzare della rivoluzione piemontese, avessero abbandonato la Lombardia; e che. quanto ai suoi rapporti coi rivoluzionari piemontesi, egli, lungi dal chiamarli, li aveva dissuasi dal tentare l'invasione dei territori italiani soggetti all'Austria, spon­taneamente dettando il testo della lettera inviata al San Marzano, quella lettera che egli credeva il miglior documento della propria innocenza e che doveva invece servire agli accusatori (e dal punto di vista giuridico del Governo austriaco lo era infatti) quale prova suprema della colpevolezza del Conte. <c La distinzione ch'ei voleva fare tra il pensiero e il sentimento da un lato, e l'azione dall'altro, forse era vera scriveva il D'Ancona a p. 131 dell'op. cit., ma realmente, in un processo, statario, codesta sottigliezza era tale da comprometterlo, più che aiutarlo: e i giudici non ne tennero conto, anzi vi trovarono argomento a tenerlo confesso.
Ad una seconda fase dell'inquisizione si possono riferire i Costituti che vanno dal sedicesimo quando per la prima volta ne assume la direzione il terribile e destrissimo Salvotti al ventiduesimo, cioè dal 1 giugno all'11 agosto 1822. In questo periodo gli interrogatori divengono per il Confalonieri una tortura morale assai maggiore di quanto non fossero stati fino ad allora: ai insiste più volte nella stessa domanda, spe­rando che l'inquisite si decida a confessare e non resista sulla negativa: gli si fa ripetere il già desposto per ottenere contraddizioni che possono essere sfruttate ai fini dell'accusa; i colloqui prendono un ritmo più serrato, quasi drammatico, l'inquirente penetra più addentro non solo nei particolari che interessano l'istruttoria del processo, ma anche nei pluriposti angoli della coscienza del povero detenuto. In una parola, si sente la mente direttrice del Salvotti, che prende in mano gli sparsi fili della congiura e della istruttoria. Questi Costituti sono insomma, come scrive il Salata, il primo attacco a fondo del Salvotti contro il sistema difensivo del Confalonieri).
Infine una terza ed ultima fase negli interrogatori si può vedere nei Costituti dal ventitreesimo in poi, cioè da quando, ad aggravare la posizióne del Confalonieri, soprav­vengono nuovi arresti del Treccino, dell'Arese e del Tonelli e nuove deposizioni, degli ultimi due e di Carlo De Castillia; più tardi ancora altre deposizioni, come quelle del Duoco, rendono disperata la difesa del Conte. Da allora il sistema difensivo del Confalonieri si va man mano sfasciando sotto l'acuta indagine e le dure insistenze del Salvotti, ed appare sempre più chiara la fine alla quale è destinato il Conte. Di ciò il Salvotti era naturalmente il primo a rendersi conto, tanto che, a mo' di commento al XXV Costituto, scriveva nella sua Relazione: Questo Costituto non poteva non avere esercitato sull'animo dello inquisito qualche impressione. Il sogno della sua innocenza, che aveva fino allora accarezzato, erosi dileguato. Il sentimento della sua colpa era stato da Ini stesso, quantunque a stento, chiaramente espresso, ed egli conosceva oggimai che anche la tavola che lo doveva salvare dal suo naufragio, la purità, cioè, delle sue intenzioni, non era più cosi sicura come se lo aveva dapprima immaginato, dappoiché dovette confessare che non sempre seppe resistere alla seduzione dell'esempio