Rassegna storica del Risorgimento
FLORENZI WADDINGTON MARIANNA ; MAMIANI TERENZIO ; SCHELLING FRI
anno
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1942
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pagina
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435
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Libri e periodici 435
concorso* come ministro della giustizia, al decreto che sopprimeva nelle sentenze e negli atti di notori il nome e l'autorità di Leopoldo II e di aver manifestato sentimenti ostili alla Monarchia ed apertamente favorevoli alla Repubblica, e fu, cosi, coinvolto nel famoso processo di perduellione con i maggiori esponenti del partito democratico toscano: processo lunghissimo che commosse tutta la Toscana, intorno al quale il Savelli ci dà informazioni minutissime e precise Nella solitudine del carcere, nella seconda metà del 1851, egli si diede a comporre le sue Memorie per quel che si atteneva alla parte da lui avuta nella politica toscana, nell'intento di dimostrare la verità contro le calunnie e le ipotesi arrischiate: esse uscirono nel 1852. Le 12 pagine del volume costituiscono una difesa davvero esauriente dell'operato di lui come uomo politico e come ministro del Governo provvisorio hi linea di fatto, perchè per quanto concerneva il diritto ne lasciava la cura al suo patrono Adriano Mari. L'impressione che produce la lettura delle Memorie è tale che non si può non risconoscere che son esse assai rispettabili della verità; pochissimi sono gli errori di fatto, dovuti a ragioni indipendenti dalla volontà dello scrittore. L'effetto della pubblicazione gli fu favorevolissimo.
I risultati dell'istruzione processuale furono superati dalla prova testimoniale del pubblico, nella quale vennero anzitutto illuminate le doti d'animo dell'accusato. Alcuni lasciarono un attestato così onorevole per il Nostro che più non sarebbe desiderabile. Tutti coloro che facevano vita comune con lui deposero al pubblico giudizio che nei più intimi colloqui egli non si era mai mostrato fautore di repubblica; alcuno asserì che a molti la sua condotta era parsa biasimevole per soverchia moderazione. H luglio 1853 venne scarcerato ed ebbe la gioia di correre nelle braccia dei suoi.
Dal luglio del 1853 all'aprile del 1859 tornò alla vita di esimio professionista e di amantissimo padre e marito, di cittadino esemplare; vita che già aveva menato fino al 1846, intesa alle faccende del suo studio e alle cure della famiglia. Di questi sei anni ben poco sa dirci il Savelli, benché abbia compulsato, con la consueta mano maestra, numerosi archivi pubblici e privati.
Ma nel 1859 a mano a mano che gli eventi politici incalzavano, Leonardo riprese l'animo antico, si sollevò sopra il suo sconforto profondo, risorse dall'annichilimento, trovò nnova ragione di vita nell'amore inestinguibile dell'Italia che sempre lo aveva riscaldato sin da giovane. Ormai l'Italia stava per risorgere davvero: gli auspici erari fausti per lei. Nominato prefetto dall'aprile al maggio del 1859, si adoprò non solo a conservare l'ordine, a dare un avviamento razionale alla politica governativa del Compartimento, a superare tutti gli ostacoli derivanti dall'indirizzo decennale del Fineschi e dei nemici, per lo più rurali, ma anche a prepararsi un successore che gli permettesse di riposare tranquillo sulle sorti della sua città e della sua provincia. Molte le difficoltà cui andò incontro che egli assolse scrupolosamente, per gli strumenti di polizia sui quali non poteva fare assegnamento, perchè spesso erano addirittura pericolosi; i preti poi e i frati lavoravano contro il regime allora formato e la parola del clero era ascoltata e assai seguita, soprattutto tra le classi men colte. D'allora in poi il Nostro restò fermo nella concezione politica Italia e Vittorio Emanuele e credette suo dovere di patriotta mantenere la concordia a qualunque costo; perciò fu reluttantc da una guerra politica contro chi reggeva la Toscana e segnatamente contro il Ricasoli, che egli sentiva sulla buona via. Di qui l'arto con il Guerrazzi. Tutti e due erano tenaci delle loro opinioni e violenti per temperamento, mail Romanelli era illuminato da una più profonda dirittura morale che ne raffrenava gli impeti e gli permetteva di subordinare sé e gli impulsi dell'animo a ciò che il buon senso, schiettamente popolare, gli additava come supremo dovere verso l'Italia.
Dal 1861 in poi si restrinse tutto nel movimento politicosociale della sua citta, ricusando uffici troppo gravosi e impegnativi.
Conservò sino agli ultimi suoi giorni la direzione dello studio legale che era sempre stato la preoccupazione indefessa della sua carriera forense, lunga e gloriosa, e sino alla fine della sua onesta giornata (la morte lo colse il 6 ottobre del 1886) accudì agli studi, alla lettura e alle incombenze innumerevoli di ordine amministrativo. Amantissimo