Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <489>
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Un Italiano del Risorgimento 4>9
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Ma al ritorno in patria lo attendeva la più grande sciagura della sua vita: il 29 luglio di quello stesso anno 1871 perdeva la sua diletta compagna, che lo lasciò solo con cinque figli da guidare fra i marosi dell'esistenza. Era stata il suo angelo tutelare nei giorni di pericolo e di sventura, ispiratrice di coraggio e di generose risoluzioni. Quando, finita la guerra del 1849, l'Austria aveva fatto sapere al Cortese che ogni sua colpa gli sarebbe stata perdonata, e se fosse tornato a Padova avrebbe ripreso possesso della sua cattedra, ella protestò fieramente gH lo confortò al grande rifiuto, senza rimpianto.
Dieci anni dopo averla perduta, nella ricorrenza del giorno fatale, egli, già vecchio e stanco, a due anni dalla tomba, scriveva a un amico, presagendo non lontana la sua fine e affrettandola col desiderio: Io, dopo d'allora..., non ho mai cessato un istante di pensare a lei sola... Non sono abituato ad esagerare nelle dimostrazioni di affetto; ma debbo dire che, dopo la morte inattesa di lei, che era stata la mia sola, vera e perfetta consolazione, la guida della mia esistenza, il resto de' miei anni è trascorso senza conforti morali, tranne quelli che ebbi dai nostri figli, vivente ricordò di lei... Spero e desidero di non aver più che un altro anno di vita... (e qui seguono alcune parole inde­cifrabili, cancellate dalle lacrime) e le consacrerò ai figli che mi ha lasciato morendo e che io seppi avviare ad un'esistenza, se non comoda e agiata, almeno libera e indipendente.
La povera morta gli aveva lasciato questa consegna come adempi­mento di una missione sacra, ed egli l'aveva assolta in modo commo­vente, fino a scrivere per i suoi figli queste memorie frammentarie, che avemmo la fortuna di rintracciare autografe tra le carte di famiglia.
Nel 1873 fa conferita al Cortese la presidenza del Consiglio sani­tario e in dicembre dello stesso anno ebbe, con la nomina a maggior generale medico, il grado supremo nel corpo sanitario dell'esercito
italiano.
Per altri sei anni resse alle fatiche dell'alto ufficio f ma le sue forze andavano declinando. Da che la sua Anna se ne era andata per sempre, egli aveva cominciato a non esser più lui. Ammalatosi per un attacco cerebrale, glie ne rimase qualche difficoltà nella pronunzia; poi gli si manifestò una paralisi alle gambe, che a poco a poco si estese a tatto il corpo. Allora egli vide il destino che lo aspettava, e si genti fiaccato e triste. In gennaio del 1880 ottenne di essere collocato a riposo.