Rassegna storica del Risorgimento
CORTESE FRANCESCO
anno
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1942
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pagina
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495
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Un Italiano del Risorgimento 495
Donato Cortese lasciò nel 1610 per istabilirsi a Treviso. Un altro Donato, nipote , del primo, sposò una Veneta di nobile famiglia Lucia Quirini dalla quale ebbe molta prole, la cui successione diretta finisce con me e co* miei figli, se non avranno ulteriore discendenza...
Anche nel Veneto la numerosa prole rendeva necessaria di scelta di uno stato diverso per ciascuno dei figli, allo scopo di assicurar loro un'esistenza decorosa, senza far conto delle rendite fondiarie. Per questo appunto il mio nonno si dedicò al mestiere delle armi, come due fratelli suoi abbracciarono la vita ecclesiastica. Uno di questi, prevosto di Montebelluno, lasciò la sua proprietà a mio padre, ma in un tale stato di disordine amministrativo e con tali passività, che pesarono gravemente anche sulla nostra sostanza familiare.
Mio nonno Donato, come il più giovane della covata, avviatosi alle armi, pervenne per gradi alla dignità di colonnello del 16 reggimento e morì in servizio a 52 anni per un attacco di apoplessia, a Treviso. A quel tempo, la Repubblica Veneta aveva riformato le sue milizie di terra, organizzandole sotto la guida del maresciallo Schulemburg come gli altri Stati d'Europa e specialmente dell'Austria e della Prussia. Le truppe stanziali erano destinate alle guarnigioni dei territori soggetti al domìnio della Serenissima, di cui facevano parte integrante la Dalmazia e le Isole ioniche, oltre ai territori che essa possedeva nella terraferma veneta e che si estendevano sino alle province lombarde di Brescia, Bergamo e Crema.
Nessuna meraviglia, quindi, che mio nonno avesse figli nati in parti lontane e diverse dal suo paese natio (mio padre a Zara, e qualche anno dopo mio zio a Brescia), e che mio padre si sposasse a Corfù, dove era.di stanza il capitano Sassonia, patrizio padovano e padre di quell'angelica fanciulla, che poi divenne mia madre, nata a Knin, sul confine della Dalmazia. Mio padre e mio zio furono anch'essi ascritti come d'uso * nelle milizie, e servirono come alfieri, finché la morte del loro genitore e le vicende politiche in cui andò sommersa la Repubblica di Venezia li determinò a seguire altre vie.
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Nel 1797 la Repubblica Veneta finiva di esistere, invasa dalle armi francesi... Si sostituì ad essa un Governo municipale e quella specie di anarchia, che mutò il carattere non solo politico, ma anche morale delle popolazioni venete. Che il Governo dogale fosse divenuto impossibile per la sua fiacchezza non è chi dubiti, massime avendo a capo una grande nullità come il doge Manin. D, Se quel cataclisma fosse avvenuto sotto il suo predecessore Renier,2) probabilmente la Repubblica non sarebbe caduta in quel modo vigliacco, che la rese spregevole presso gli storici. Non potendo sostenersi in Venezia, il doge Renìer avrebbe provveduto a trasferire la sede del Governo a Corro. Ma che i popoli del Dominio veneto non avessero desiderato questa perdita della loro autonomia sotto la Dominante lo dimostrano i tentativi fatti dopo la caduta della Signoria, per ripristinarla nella sua sede; Io dimostrano le Pasque Veronesi,8) la insurrezione di Venezia stessa, le offerte di soccorso della città di terraferma, come Bergamo e Brescia, l'abnegazione degli Schiavoni ed altre prove storiche...
i) Lodovico Manin (1726-1802), ultimo doge di Venezia.
2) paolo Herder, letterato, traduttore dei Dialoghi di Platone, dal 1779 penultimo doge della Repubblica Veneta. Morì nel 1789.
3) Rivolta sanguinosa scoppiata contro i Francesi a Verona nei 1797,