Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <497>
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Un Italiano del Risorgimento 497
una certa signora Irene Mattei Campetti, Serissima repubblicana e oratrice ispirata, la quale, invasa da spirito rivoluzionario, aveva ecceduto oltre ogni limite di ragione. Con questa signora, d'età molto superiore a mio zio, questi avrà avuto relazioni ìntime, divenute più tardi legittime. Ricordando le parole benigne a lui rivolte dal general Kray sulla spianata della cittadella di Brescia, mio zio scrisse al generale ricordandogli la promessa e chiedendogli la vita della futura sua moglie. Il generale tenne la parola e fece uscire la donna vestita da uomo, col cappello di foggia rivoluzio­naria, fasciato da un nastro recante il motto Libertà o morte, ed aggregata ai pri­gionieri, la fece partire con essi per Klagenfurt.
Questa mia zia, che poi ebbe tonta parte nei destini della famiglia e nella mia educazione, morì nel 1821 o *22, vecchia di oltre 70 anni.
La prigionìa fu breve, cessando per tutti l'anno di poi, dopo Marengo, quando lo Stato passò di nuovo alla Francia. Mio zio passò all'anmnnistrazione militare cen­trale, dove per rapidi progressi fu preposto all'ufficio delle Rassegne, divenendo ispet­tore generale, barone del Regno, direttore della Coscrizione, cavaliere di prima isti­tuzione della Corona ferrea, e sarebbe diventato senatore se le sorti d'Italia non fossero poi mutate con la caduta di Napoleone.
Mio zio, come tutti i Cortese, era di piò. che media statura, di larghe spalle, di bellissime membra, d'occhi vivi e penetranti, in cui si rifletteva un'indole severa, un animo nobile e generoso, insofferente di ogni contraddizione, ma facile a vincere coi modi urbani e persuasivi. Lavoratore indefesso ed esatto, amante della famiglia cui fu prodigo di aiuti, costante ne' suoi affetti, facile al perdono, aveva tutte le virtù dei migliori che vissero in quei tempi gloriosi e procellosi. Avendo ricevuto un'educazione incompleta, come quella che si poteva impartire nella sua prima giovinezza a un figlio di militare veneto stanziato nei possedi­menti greci della Repubblica, cercò di istruirsi studiando da sé, e pur non avendo acquistato un bello stile facile e piano, aveva seguito scrivendo il modo stringato di Alfieri, che si era proposto a modello...
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Mio padre era un buon uomo ed onesto, di principi morali come s'instillavano nella gioventù del secolo 18. Poco amante dello studio, era però felice di mettere in carta i propri pensieri. Bel tipo virile, di statura più alta dello zio, piuttosto magro, energico e robusto, fu specialmente un uomo di tenaci propositi. Sposò Giulia dei nobili Sassonia, padovani, che mi procreò con altri nove figli; non ebbe la fortuna di allevarne che due, io e mia sorella Paolina, essendo gli altri scomparsi dal mondo in tenera età.
Questa mia madre era una donnina di piccola statura, ben proporzionata nel­l'armonia delle membra, di spirito vivace, di molta bontà d'animo e di un amore sì sviscerato per i figli e il marito, che ne fecero un vero modello degno d'imitazione. Sostenne con una grandezza d'animo, che potrebbe chiamarsi eroismo, le traversie di una vita tempestosa in tempi agitotissimi, e morì a 53 anni fra le mie braccia,- in Padova, dove la condussi per assisterla personalmente..., proprio quando credevo di averla salvata con le mie cure. Era il maggio del 1824, e quel gran dolore da me aDora provato era destino mi si rinnovasse inatteso in luglio del 1871, quando persi mia moglie, giunta anch'essa, press' poco, a quel passo della sua esistenza.