Rassegna storica del Risorgimento
CORTESE FRANCESCO
anno
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1942
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pagina
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499
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Un Italiano del Risorgimento 499
portarmi per indurmi a trangugiare questi ed altri simili rimèdi, che al mio tempo si somministravano senza le delicature che s'inventarono poi !
Ciò non impedì che mi si mandasse a scuola presso qualche maestra o maestro, tanto da esser vigilato e istruito in quel pochissimo che permetteva la mia tenera età. Allora la scuola pubblica era più un rifugio per i fanciulli che non potevano essere accuditi dalle famiglie, che non luoghi di educazione sistemati su basi e regolamenti ufficiali: le figlie si mettevano nei conventi di monache, fra i quali a Treviso emergeva quello di S. Polo. Uno de* miei maestri fu certo don Giovanni Scalorio, prete di S. Vito, e sua sorella signora Marina mi tenne a pensione per qualche tempo, mostrando di volermi bene...
Frattanto, la Città pareva prendere un certo sviluppo ed acquistare un poco di quel fervore di vita che la animò più tardi, quando, divenuta sede di un arsenale militare, di un comando d'esercito e di molti uffici, si riempì di abitanti e migliorò le proprie condizioni in ogni senso. Era il tempo della dominazione francese, di cui io non vidi che il declino, quando nel 1814, dopo sei anni di assenza trascorsi a Milano, vi tornai per iniziarmi a nuovi studi e imprendere un'altra via.
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Nel 1808 mio zio si era stabilito a Milano, capitale del nuovo Regno Italico, come ispettore generale delle rassegne presso il Ministero della Guerra. Fino allora egli, aveva lasciato le rendite de' suoi fondi a totale beneficio di mio padre, affinchè potesse provvedere più agevolmente a mantener la famiglia. Ai bisogni suoi e di sua moglie signora Irene Campetti non solo volle sempre sopperire coi propri guadagni, né volle soltanto soccorrere ad óra ad ora il fratello pecuniariamente, ma si decise anche a sollevarlo dal peso dell'unico maschio che aveva, facendomi condurre a Milano in casa sua, quale ultimo rampollo superstite della famiglia Cortese.
Non rammento bene i preparativi di questo per me grande avvenimento, ricordo soltanto che venni provvisto in fretta di vesti nuove per questo allora lungo viaggio. A quel tempo, gli abiti nuovi ai ragazzi si facevano di ampie dimensioni, in vista del loro sviluppo fisico; ed io ricordo di avere avuto, fra gli altri miei indumenti, un frac allora venezianamente veladone di tale e tanta lunghezza e latitudine da rendermi oggetto di derisione a chi mi vedeva con quell'arnese indosso. Madama Berizzi, una signora amica di mio zio, alla quale venni presentato e che si prese poi cura più o meno materna di me finché rimasi a Milano, ne rise di tutto cuore e diede ordine che mi si allestissero subito nuovi indumenti.
Né fu necessario pensare a lungo alla loro foggia, perchè mio zio, fatte le pratiche occorrenti per l'accettazione, mi fece entrare nel Collegio Longone non so perchè detto dei Nobili posto di contro al Naviglio di Porta Nuova, dove fai accolto e assegnato alla sesta camerata, che era l'ultima. Prima, però, che vi entrassi deve esser trascorso un certo tempo, forse in attesa ch'io compissi, il 14 febbraio 1809, il mio settimo anno di età. Lo arguisco dalla malinconia che provai lontano dalla mia famiglia, in una casa inamena, situata al principio di Via del Rovello, ove abitò poi sempre madama Berizzi, e dove lil cielo invernale di Milano, non che la mancanza assoluta di occupazioni, mi mettevano in cuore una indicibile
tristezza...
Quando finalmente entrai fax collegio, accompagnato da* mici genitori, ricordo il dolore che provai a vederli allontanare, se bene mi avessero promesso di tornare