Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <500>
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Ettore Fabiclti
fra non molto. Ne piansi assai e per più giorni: scrissi varie lettere a mia madre (di coi una sola le pervenne) e la sigillai con la mollica di pane: le altre andarono perdute. Mi abituai a poco a poco alla nuova vita, non badando alle facezie de* miei compagni che accusavano di ridicolo la mia parlata veneta. Solo, fra tanti fanciulli lombardi, e al tempo degli antagonismi regionali ispirati da antiche inimicìzie, nes­suna meraviglia se io, piuttosto vivace e intollerante, venissi talvolta all'ultima ratio, cioè alle percosse. Come il più piccolo di tutti, per qualche tempo avrei dovuto soccombere, se la presenza costante del prefetto della camerata non avesse troncato i litigi al primo urto.
Ma intanto incominciai a parlar milanese e a diventare un fanciullo ardito e comunicativo, e questo mi affezionò i compagni, tanto più che negli studi feci in poco tempo tali progressi da meritare di esser collocato capotavolo, distinzione che il prefetto concedeva ai due alunni migliori... Prefetto della sesta camerata era un certo abate Casta, córso, e direttore del collegio un vecchietto assai rispettabile e buono l'abate Carli * che l'età avanzata e la poca salute ci tolsero in breve tempo. Chi lo sostituì non ricordo: ben mi rammento, invece, che l'abate Casta, nudato, fu sostituito da un certo abatino Salomoni, anch'esso còrso, che ci era molto simpatico per le sue dolci maniere e per il profilo, che ricordava molto la fisionomia di Napoleone impressa sulle monete...
I collegiali, uscendo, vestivano di nero, con calze corte e cappello schiacciato, a punte. Facevano le loro passeggiate per classe, mangiavano in refettorio sempre per classe, afflitti, durante ì pasti, da un compagno che leggeva ad alta voce cose che nessuno ascoltava, e dovevano di quando in quando trangugiare una pietanza che si chiamava ce agliata, composta di fette di pane inzuppate nell'aceto e condite con aglio tritato. Credo che fosse un cibo medicamentoso contro i vermi, di cui i collegiali soffrivano assai.
Nelle vacanze si andava a Castellazzo, luogo di villeggiatura, e per giungervi si percorreva la via del Naviglio, lunga, seccante, interrotta da chiaviche, ma a cui era-vamo rassegnati pensando alla gioia della campagna. E si portavano uccelletti in gabbia, civette ed altri richiami per cacciare col visco e con le reti. Si facevano corse a Magenta, a Robecco e in altri paesi circostanti, contenti di comprar castagne arrostite, giacché la vendemmia era terminata e con essa finite le occasioni di irrom­pere nei campi a saccheggiar le viti. La villeggiatura finiva ai primi di novembre, quando ormai si desiderava tornare in città, ai nostri quartieri d'inverno, per ripren­dere le nostre lezioni, anche se poco divertenti, fra cui quelle di latino, insegnato omeopaticamente, costituivano 1* alimento primo della nostra coltura intellettuale.
IV. - LA PAGGERIA (1807-1812)
Dopo circa due anni di questa vita, trascorsi sempre nella sesta camerata, mi vidi tratto fuori dal collegio, che, a dir vero, non mi dio' motivo di acontento e di pentimenti* Mio zio, ormai potente non solo, ma stimato e rispettato a Corte e nel Ministero, quando il generale Fontanella fu sostituito al ministro conte Caffarclli, ottenne che io fossi accettato nei Paggi. La Paggeria era il vivaio dei futuri ufficiali, che a 18 anni venivano aggregati nell'esercito col grado di sottotenenti,.. Non so come ottenni di potervi entrare, dopo aver sostenuto un esame di buona costitu­zione fisica e di bello aspetto. Quanto al requisito di nobiltà, ci aveva pensato mio