Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <503>
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Un Italiano del Risorgimento 503
entrando nell'aula, mi colse in atto di compiere quel giuochetto che faceva ridere i miei compagni, e poco dopo fui passato alla sala di disciplina.
Altgsimili insolenze mi fruttarono analoghi castighi, l'ultimo dei quali mi venne inflitto per quattro pugni che assestai al mio compagno Paolucci, che voleva mischiarsi ai nostri giuochi. D Paolucci era malvisto da tutti, non per sua colpa, ma per colpa del padre, generale di brigata e già ufficiale superiore della marina veneta sotto i francesi.
Racconto il fatto. In data, che non saprei ben precisare, la flotta franco-italiana venne a battaglia con quella inglese nei pressi di Lassa. La squadra francese lasciò impegnarsi sola nel conflitto l'italiana, comandata allora dal bravo ammiraglio Pasqua-Ugo e in parte dal Duodo. I Francesi non avendo prestato soccorso in tempo debito a gì* Italiani, minori di forze, ma buoni marinai comandati da ottimi capi, la nostra squadra stava per essere sopraffatta e catturata dalla inglése. Il Duodo, comandante una delle navi, anzi che darsi prigioniero, avendo le gambe fratturate da una palla di cannone, fu colto dal comandante britannico nell'atto di trascinarsi, con la miccia in mano, a dar fuoco alla santabarbara. Il Duodo morì senza aver potuto mettere ad effetto la sua fiera determinazione, e fu portato in trionfo da gì' Inglesi, ammirati di " tanto coraggio. I tre legni catturati furono condotti in Inghilterra e i prigionieri trat­tati con tutto il rispetto dovuto al valore sfortunato. Su uno di quei legni era anche il Paolucci, condotto in prigionia col Pasqualigo e con gli altri. Orbene: ottenuto, più tardi, il permesso di recarsi in patria sulla sua parola d'onore di tornare a costi­tuirsi prigioniero, egli non tenne fede alla promessa, entrò nell'esercito e assunse altri comandi fino al grado di generale di brigata nelle successive campagne del 1812 e *13.
Guardate un po' dove arriva talvolta il senso morale dei ragazzi ! Quell'azione del padre, che aveva mancato alla sua parola d'onore, era motivo di sprezzo e di ver­gogna, che si riverberava persino sul figlio: quindi, lo si teneva in disparte dal nostro consorzio e si trattava un po' duramente. Avendo, come il padre, capigliatura rossa, ripugnante non so perchè a quei tempi, in cui si considerava indizio di poca sincerità in chi ne era dotato, il meno che gli capitava era d'essere insultato col nomi­gnolo di Cavò. ross. Questa irragionevole persecuzione aveva dato luogo a lagnanze e alla minaccia della sala di disciplina a chi se ne fosse reso colpevole. E il primo a meritarla neanche dirlo fui proprio io ! Non ricordo le cause che mi fecero subire tante volte quel castigo, ma furono tutte più. o meno - di quella natura.
* *
La sala di disciplina della Casa dei Paggi aveva una finestra nell'angolo del
secondo piano prospicente ora olla piazza ed allora al vicolo di S. Orsola. Un alto
muro, che circondava l'orto delle monache ed ora è demolito, limitava la vista in guisa da rendere quella stanza un vero e proprio romitorio, tanto più malinconico in quanto le persiane, avendo le assicelle rivolte iu su, non lasciavano vedere altri che il cielo. I miei compagni di castigo avevano forato qualche assicella qua e là, in modo da poter vedere, per quei pertugi, anche in giù nella strada; ma il quartiere era colà si deserto, che appena si vedevano passare alcuni rivenduglioli ambulanti, annunziati dalle loro grida. Quanto al resto, la stanza aveva un tavolino, una sedia e un letto senza materasse, per impedire che il recluso si coricasse, sconciandosi il vestito.
So d'aver sofferto in-sala di disciplina un freddo cane, da cui non c'era altro modo di ripararsi che avvolgendo le gambe * coperte soltanto dalle calze lunghe coi