Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <504>
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Ettore Fabiùtti
fascicoli delle lezioni scritte, che a dir vero riparavano poco. Alle ore dei pasti, il vec chio portinaio, burbero ma buono, entrava col suo parrucchino e il suo abito gallonato, portando una minestra e un panino; poi se ne andava, richiudendo la porta a catenaccio, senza dir verbo.
Quella camera non era corto un luogo di delizie, ma era per lo meno sana. Ora avvenne che il figlio del nobil uomo veneto Damele Renier, bravo ragazzo, pieno di buona volontà e d*intelligenza, ammalasse di febbre grave, che si volse poi in tifoidea mortale. La Casa dei Paggi aveva dimensioni assai limitate, né si trovò spazio per una infermeria, in quél caso imprevisto, se non in sala di disciplina e in altre due stanze attigue. Renier mori: convenne lavare e disinfettare tutto, locale ed arredi, e prov­vedere ad un'altra sala di disciplina. Si scelse disgraziatamente una stanzetta stretta e lunga come una cassa da morto, umida per costruzione recente, che dava su un cortiletto interno, in fondo al quale si affacciava la cucina.
Per mia disgrazia, incappai di nuovo in un castigo di tre giorni. Che cosa avessi
commesso non so, ma so bene, invece, che era inverno e che in quei tre giorni era
compreso un giovedì, in cui non si aveva lezione, e mancava, quindi, l'unica occasione
per interrompere le ore della clausura. Fui cosi obbligato a sopportare tutto il disagio
di quella insalubre dimora, e quando finalmente ne fui tratto per la lezione di storia,
mi trovarono a battere i denti per la febbre che mi aveva assalito. I miei compagni,
in coro, mossero allora lagnanze per questa barbara severità dei superiori, che poteva
compromettere la salute di ragazzi quasi ancora fanciulli; e da quella volta non si
parlò prò di reclusione in quella specie di segreta di galeotti.
* * *
Poco dopo che fui accettato in Paggeria mi accadde un accidente che devo nar­rare a parte. La vita a Milano era assai brillante in quel tempo, a quanto io posso ricor­darmi delle mie impressioni fanciullesche, non sempre -esatte forse nei particolari, ma esattissime nel complesso. Una volta, durante la villeggiatura collegiale, fui invi­tato con mio zio a pranzo in villa del signor Robaglia, fuori di porta sulla strada che conduce a Pavia. Mio zio era sempre accompagnato da madama Bcrizzi, moglie di un capitano bergamasco della guardia reale, divenuto capo battaglione dopo la ritirata di Russia. Pùnto il lauto pranzo, che fu molto festoso, tutta la comitiva raggiunse la non lontana via postale, per vedere il ritorno delle carrozze Teduci dalla fiera di Pavia. La strada era fiancheggiata dal Naviglio, che poco oltre s'internava sotterra per scari­carsi nel Lambro. Signori e signore erano seduti lungo la riva del canale.
Allegro come tutti gli altri, io scherzavo con madama Bcrizzi, offrendole dolci avvolti in cartine, ad alcuni dei quali avevo sostituito sassolini. Quand'ella s'accorse dell'inganno, io, saltando come un diavoletto per la gioia, feci alcuni passi indietro e caddi nel Naviglio. Si udì il tonfo, ma nessuno s'accorse 11 per II che cosa era avvenuto: soltanto mio zjo, che era seduto frate signore, fatto accorto dalla presenza di un suo eane danese che quel tonfo non era prodotto da un tuffo della bestia, si guardò attorno, e non vedendomi più, senza dure una parola si slanciò nel canale, presago di ciò che
era accaduto.
Nel breve tempo trascorso dalla mia caduta in acqua, prima cercai di trovare un punto d'appoggio per mettermi m piedi, mentre mi Bentivo portar via dalla corrente; poi guardai in sa, sorpreso di vedere il sole attraverso l'acqua. Nessun'altra sensa­zione, né di dolore né di pena. Certo, il movimento che facevo con le moni e coi piedi