Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <509>
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Un Italiano del Risorgimento 509
ma alla mia età di allora coi bada a simili dicerie ? Non di meno, ebbi l'idea di mettermi m vedetta ad uno di quei fori che un mio compagno di castigo aveva fatto nelle assi­celle delle persiane* attraverso i quali si poteva vedere distintamente quel che avveniva in istrada.
Già durante la notte, presagendo tempesta, i dirigenti del collegio avevano fatto rovesciare sul tetto dell'abitazione del portinaio il bello stemma di marmo eretto da poco sul muro di quella casuccia che chiudeva il cortile d'ingresso al collegio. Stando, dunque, in vedetta, sentii avvicinarsi molto popolo per le vie adiacenti, abitualmente solitarie, e vidi passare una folla capitanata da tre energumeni armati di falci o d'altro arnese rurale. Questa gente, notata la scomparsa dello stemma, gridò evviva, e continuò la sua strada.
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Non passarono molte ore, che il sorvegliante entrò in sala di disciplina per avver­tirmi che, pel momento e fino a nuovo ordine, in vista dei tumulti popolari, conveniva sgombrare il collegio. Scrivessi, quindi, subito a mio zio affinchè mandasse la carrozza a prendermi e mi facesse avere un soprabito che bastasse a coprire la mia uniforme, tenendo presente che doveva nascondermi bene entro la vettura per evitare incidenti impreveduti, ma possibili. La mia lettera fu tosto recapitata, e non molto dopo fui condotto a casa di madama Berizzi, in via S. Tommaso, ove rimasi per molti giorni. Non vidi mio zio per qualche tempo, perchè erano quelli i giorni in cui si facevano le proscrizioni, ed egli si stava nascosto presso l'amico Ravizza.
Tutti sanno ormai come fu cercato e trovato il povero Prina, come fu ammazzato a furore di popolo e a colpi di bastone e d'ombrello (era una giornata di pioggia); la qual cosa vuol dire che la folla omicida non era tutta plebea, ma più verosimilmente borghese. La plebe veramente detta e i rurali, entrati in grandi masse -dalle porte della città, stavano frattanto sfogando la loro inconscia bile contro il suo palazzo a S. Fedele, che saccheggiarono brutalmente e devastarono con una barbarie inaudita.
Pochissimi giorni dopo, appena sedato il crudele e veramente schifoso tumulto, ebbi occasionenon so come e da chi condotto di passare per S, Fedele e vedere coi miei propri occhi la desolazione di quel palazzo. Non mancavano soltanto le persiane* le vetrate, le porte, ecc.. ma erano stati demoliti persino gli stìpiti di pietra delle finestre. Mucchi di macerie ingombravano la via; s'era fatta man bassa su tutto, avendo la canaglia portato via quanto il palazzo conteneva di mobili- quadri, tappezzerie e innanzi tutto gli oggetti di valore. Cominciarono poi le contese, e chi se ne andava con la preda trovava per le vie altri che se ne appropriavano con la violenza. Fu un atto di scelleratezza e di rapina, che lascerà una brutta pagina nella storia di Milano. Dell'area occupata dal palazzo Prina si fece poi la piazza di S. Fedele.
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Dopo l'eccidio di Prina si passò ad altri eccessi.. Confalonieri, nemico dell'ordine costituito e forse dominato da particolari ambizioni, die1 la scalata al Senato e vi entrò per una finestra, presenti e sedenti i Senatori, che cacciò via, mentre la plebe ' impadroniva dei calamai d'argento dì cui i tavoli erano provvisti. Il popolo si diresse poi al Palazzo Reale, allo scopo di saccheggiarlo. Vi stavano di guardia trecento Granatieri (il battaglione di Berizzi) e pochi altri armati, con due cannoni tenuti nascosti entro il portone per non aizzare la plebaglia!. Tale era l'ordine