Rassegna storica del Risorgimento
CORTESE FRANCESCO
anno
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1942
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pagina
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511
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Un Italiano del Risorgimento 511
Ho detto come il Viceré Eugenio si era eclissato. Viste le oscillazioni di Murai sol Po, aveva fatto fagotto, e col meglio e il buono che potè portare con se, aveva filato diritto dal Mincio in Baviera, presso suo suocero. L'Armata italiana partito lui non aveva più alcuna direzione. La tendenza degli Italiani alla disgregazione e le mene degli Austriaci, che promettevano mari e monti e, miti in apparenza, cominciavano già a sguinzagliare spie e a mettere in moto inquisitori fecero si che la disgregazione degli animi, dei pensieri* delle tendenze divenisse estrema. Contribuì potentemente ad aggravarla l'incertezza delle condizioni economiche, dopo Io sperpero scialacquatore del periodo napoleonico, non che l'assenza assoluta di un'idea nazionale-Contro i Francesi, nell'animo dei soldati italiani stava la parzialità del Governo napoleonico verso i suoi. Bicordo di aver udito bestemmiare assai volte soldati e graduati dall'Armata d'Italia, protestando contro tale parzialità con parole come queste: Noi fummo sempre primi al fuoco ed ultimi al pane. Io stesso, servendo come paggio a Corte, udii spesso lamentare che i Francesi, con la millanteria che è in loto connaturale, si rendessero odiosi a gì' Italiani colti; e lo stesso Viceré, nelle sue inconsulte esplosioni, si udiva talvolta ripetere la frase ingiuriosa: Brigands d'Italiens ! . Perciò la sua partenza dall' Italia non fu rimpianta neanche dall'Armata. Questo segreto risentimento spiega le molte diserzioni che nel 1813 ebbero luogo dorante la ritirata fino al Mincio, e le moltissime che avvennero più tardi sotto Mantova. Quando l'armata rimase senza capo, alcuni di quelli che restarono nei ranghi, visti i Francesi partire per tornare in patria, presero la risoluzione di unirsi a gli Austriaci; altri, invece, persisterono nell'idea di servire un Begno Italico indipendente, che ormai non poteva più costituirsi.
Mio zio, fermo in questo pensiero, stava elaborando un piano per la formazione di un esercito nazionale autonomo, collegato all'esercito austriaco, già padrone ormai del Begno lombardo-veneto; ma non trovando appoggio alla sua idea fra i generali italiani presenti nella commissione presieduta dal maresciallo Bellegarde, e seccato di trovarsi in disaccordo con alcuni di essi già da lui beneficati e dichiaratisi concordi con le sne idee, si tolse bruscamente dal servizio e presentò a Bellegarde le proprie dimissioni, che ottenne poi nel 1816, dopo aver reso conto esatto della sua gestione. In pensione col grado di Generale, venne a Treviso, ospite della mia famiglia paterna. presso cui da tempo si trovava anche la zia Irene sua moglie.
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Quanto a me, donane, partii da Milano con mia madre sul declinare d'autunno del 1814. Ora che siamo abituati a viaggiare in ferrovia, mi paté impossibile che allora si avesse la pazienza di occupare quattro lunghe giornate per un tragitto che al giorno d'oggi si compie comodamente in otto ore. *) Si prendeva una vettura a un tanto la giornata, o per l'intero viaggio, inclusa in questo caso la spesa per due pasti al giorno. La prima fermata ri fece a Palazzolo, e vi pernottammo. Mi ricordo ancora l'aspetto pittoresco dell'Oglio in quel paesello dove il fiume si spartisce in diverse correnti. Poi fermarono la mia attenzione Lonato e Descnzano, dove passammo la
l) Le otto ore di allora si sono ora ridotte a quattro.