Rassegna storica del Risorgimento
CORTESE FRANCESCO
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1942
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Ettore Fabietti
seconda notte in una stanza che dava sul lago, dopo aver mangiate una bella e grande tanca, che per mancanza di trote ci fu servita a tavola e che io gustai per la prima volta. Non rividi più quei luoghi fino al 1859, quando facevo parte dell'esercito sardo come medico capo. Da Desenzano si andò a Verona, e dopo aver pernottato a Castelfranco, si giunse finalmente a Treviso,
VI. - PREPARAZIONE AGLI STUDI UNIVERSITARI (1814-1818)
Quale differenza dalla vasta e popolosa Milano a questa piccola città di provincia, che a quel tempo contava da 13 a 14 mila abitanti ed era assai brutta ! Eppure Treviso si era cosi animata durante il Regno d'Italia, che i primi forestieri venuti ad abitarvi per ragioni d'impiego la preferivano ad altre città più grandi e più popolose. Napoleone l'aveva prescelta a centro di varie amministrazioni, fra cui un arsenale militare (che i Tedeschi ridussero poi a proporzioni più modeste) e a sede di un comando di Divisione. A quel tempo Treviso contava ancora moltissime famiglie di antica nobiltà; possedeva palazzi storici di cui ora non ha più traccia, per esempio il Palazzo Pola, ricetto di sovrani nel loro passaggio per la città. La via di Calle Maggiore, che dalla Piazza del Duomo conduce a quella detta de' Signori, era sempre affollatissima di cittadini, ricca dì botteghe, fra cui il Caffè del Gobbo, frequentatissimo e, per quei tempi, vasto e decente. Ma ciò che rendeva la città gradita ai forestieri era il carattere gioviale e ospitale degli abitanti, le belle acque correnti che serpeggiavano per tutto l'abitato, poiché il Cagnano si scarica nel bel Sii e per più canali entro la città stessa, onde il Petrarca cantò la
bella contrada di Trevigi
Dove Sile a Cagnano s'accompagna:
gli ameni dintorni sparsi di ville invitanti a piacevoli passeggiate; i buoni prodotti della terra e la sua vicinanza a Venezia, a cui si perveniva per la bellissima strada del Terraglio, percorrendo fino a Mestre soltanto 12 miglia italiane tra ridenti villeggiature e giocondi paeselli provvisti di ogni cosa che può render comoda e gradita l'esistenza. Treviso aveva allora due casini di società sempre aperti, uno dei quali filodrammatico, con buoni artisti dilettanti d'opera e di dramma; un Ateneo, stimato per fre-quenti letture e per molti soci di merito. V'era, dunque, di che passare il tempo gioiosamente se non foss'altro per le numerose relazioni private, sciolte da ogni: spirito di etichetta.
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Mia zia Irene aveva la debolezza di scriver versi, e in quel tempo l'Arcadia era ancora di moda. Fra le varie poetesse di Treviso v'era una Aglaja Anascellide, di cui non ricordo il vero nome, pur avendone visto le poesie stampate. Vera una Nardoni, bella donna, che portava come mia zia (sfegatate partigiane dei Francesi ambedue), i capelli alla Titus. Era, dunque, mia zia Irene socia essa pure dell'Ateneo di Treviso, o lo frequentava, obbligando me pure a seguirla, in que' tempi in cui la scarsa educazione e la soverchia inesperienza (a dodici anni si era abbastanza scimuniti) mi rendevano la permanenza in quel luogo un vero supplizio. Ricordo tuttavia che anche allora, più che mai, sentivo la vergogna della mia insipienza e agognavo soltanto a diventar qualche cosa.