Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <513>
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Un Italiano del Risorgimento 513
La zia, nei primi tempi della vita tri vigilino, avendo avuto da mio zio l'incarico di accudire alla mia educazione, appena fummo sistemati in famiglia mi fece questo discorso: Oggi, mutato l'indirizzo politico del paese, bisogna prendere altre riso­luzioni. Voi non dovete pensare a pubblici impieghi, perchè non sono sicari.. Dovete sceglierò una professione libera. Scegliete: medico, avvocato, ingegnere.
Scelsi il medico. Perchè scegliesti la professione di medico, voglio morite se lo so. Fatto è che, una volta scelta, l'abbracciai di cuore. Ma 6 strano scegliere una tale pro­fessione a dodici anni o poco più, dopo avere studiato fino allora per diventare soldato. Ora bisognava mettersi a studiare il latino, incominciando da poeta poctae, come in altri tempi, sebbene in Paggeria non si fosse mai pensato alla lingua di Cicerone. Buon per me che nel Collegio di Porta Nuova s'insegnava col vecchio sistema di quando il latino costituiva la base dell'educazione classica, e si cominciava col tradurre Fedro e Cornelio Nipote, poi Catullo e Properzio, più tordi Tito Livio e Virgilio, finalmente Tacito e Orazio. Frano quattro anni, senza contare le cadute e, quindi, le ripetizioni. Appena come accessorio si studiava italiano e i nostri classici, oltre la matematica. La filosofia veniva dopo.
Quando si pensa alla foraggine della scienza e delle cognizioni d'ogni genere che s'insegnano e si esigono oggidì, pare impossibile che quel genere di studi potesse bastare a nutrire ma intelletto. Eppure bastavano a far si che quell'epoca generasse la presente e che gente educata a quella scuola costruisse il mondo d'oggidì. Se fosse lecito esprimere un mio pensiero, direi che quelle menti non stancate e spossate nel primo loro fiorire, erano le più idonee a produrre i frutti di cui ora si gusto il sapore e si sugge l'essenza. Praticamente, mi sia concesso affermare, dopo tanta esperienza di cose e di persone, e a costo di farmi fischiare da' miei più giovani contemporanei, che allora si studiavano meglio i fondamenti del sapere, mentre ora si studiano più gli ornamenti che le basi. Ciò dicendo, penso a un avvenire, che non saprei prevedere ove sarà per giungere e che altro produrre, se non fronde senza frutti.
Dopo che fui messo a scuola da un abate Bernardi, maestro di casa Sugana, quando egli fu promosso parroco di Loncenigo, fuori Porta S. Tommaso, venni affidato alle cure di un altro buon prete, don Girolamo Buffo, figlio di un calzolaio e abitante nella contrada delle Convertite, fra S. Tommaso e S. Maria Maggiore. Vi andavo a prender lezione una volta al giorno, e mia zia mi faceva ripetizione di storia greca e romana, obbligandomi a presentarle sunti di capitoli che mi assegnava in lettura. Più tardi, don Girolamo fu chiamato maestro in casa Avogaro a S. Andrea ed a bibliotecario di quella illustre famiglia, la quale negli ultimi tempi era assunta a maggior celebrità per il conte abate Rombaldo, canonico della cattedrale e citato, per lo sua erudizione, dallo stesso Tiraboscbi. 0
Si direbbe che profittassi dell'insegnamento di questo mio buon precettore* perchè mi considerò sempre, anche dopo laureato, come una dello sue glorie. La ricca biblioteca della famiglia Avogaro mi permetteva di applicarmi alla lettura e di acqui­stare qualche erudizione relativa albi mia patria, massime da che il maestro mi aveva pregato di estrarre dai manoscritti del conte Rambaldo alcune notizie di famiglie
trivigiane.
Don Girolamo mi faceva esercitare mollo in lingua italiana e in poesia. A quel tempo dominava il classicismo e si studiavano specialmente i poeti cinquecentisti. Quindi, anche i versi che bene o male feci anch'io, avevano l'impronta del

0 Di Bergamo (1731174). Uno dei primi storici della letteratura italiana.