Rassegna storica del Risorgimento
CORTESE FRANCESCO
anno
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1942
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pagina
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524
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524
Ettore Fabietti
dell'avvocato Jacopo, l'uomo che nel 1848 rappresentò una parte storica, accanto a Daniele Manin, nel governo della Repubblica Veneta, sottrattasi in quell'anno memorabile alla dominazione austrìaca.
A questa egregia donna, che Dio mi concesse a compagna della maggior parte della mia vita, desidero dedicare qualche pagina de' mici ricordi. Poche sono le donne che comprendano la loro vera missione e le rimangano fedeli sino alla morte. Fra queste poche fu la vostra cara madre, o figli miei, che dovreste appendere la sua immagine alla testiera del vostro letto, accanto a quella della Madonna, pensando che non solo vi ha partoriti e nutriti col proprio latte, ma col suo esempio, con la sua cultura, con le sue cure incessanti vi ha educato la mente e il cuore, sviluppato e rafforzato le membra, ed è stata il vostro vero Angelo custode. Nata da una savia donna, bella come una Niobe, che dopo aver dato alla vita altri undici figli, era ancor fresca e simpatica, e mori a 72 anni, io vidi la prima volta colei che fu poi mia moglie a Treviso, presso suo nonno, allora Intendente di Finanza; ed era una bambina di forse quattro o cinque anni, da1 bei capelli biondi, ricciuti e copiosi, che divennero col tempo castani. Non feci caso allora a quel pìccolo essere, i cui destini dovevano poi legarsi tanto strettamente a* miei, e neppure molti anni dopo, quando, divenuta la mano destra di sua madre, l'aiutava specialmente ad allevare le sorelle minori.
L'austera condotta, il nobile e sempre eguale contegno di questa ragazza, sempre più dignitoso e costante quanto più ella cresceva in età, mi avevano ispirato l'idea che, se avessi dovuto sposarmi, avrei desiderato trovare un simile tipo di donna. Ma allora io avevo impegni di un genere meno legittimo, e non diedi mai nulla a divedere di questa mia simpatia non derivata da impulsi del cuore, ma da profonda persuasione della rarità delle sue doti. Avendo oltre a diciassette anni più di lei, sebbene abbastanza giovane e nel primo vigore delle mie forze, attivo, pronto di spirito e con un brillante avvenire davanti a me, non mi sarei mai arrischiato ad avanzar proposte che avrebbero potuto non giunger gradite.1) Né ebbi mai occasione di scandagliare l'animo della fanciulla, tanto più che ancora non avevo fatto risoluzioni ferme di legarmi coi vincoli indissolubili del matrimonio.
W '* *
Frequentando la casa Castelli assai spesso (la famiglia abitava allora a S. M. Maggiore, in una ridente dimora provvista di un ameno giardino) ed essendo, anzi, da tempo il suo medico di fiducia, pranzavo spesso alla loro tavola, specie nei giorni festivi; ma non una parola né uno sguardo diressi mai alla giovinetta, né una parola o uno sguardo ebbi da lei che esprimesse una speciale simpatia personale. Nel 1838, già professore a Padova, essendomi recato a passar le feste del Redentore a Venezia, fui invitato ad assistere ad una cena notturna di famiglia in casa Castelli, da imbandirsi su un bel terrazzo al chiaro di Iona.
Castelli era non solo rispettato per il suo ingegno e per la sua probità, ma anche per la vita patriarcale, così rara in quel tempo e per la quale la sua famiglia era citata
0 Bei tempi quelli di allora, e li ricordo con gioia 1 Non pochi m'invidiavano per la sveltezza della persona, per, la salute inalterabile, per la forza muscolare e per la resistenza ad ogni fatica. Per queste mie qualità personali ho potuto sicuro di me stesso avventurarmi a tanti rischi e disagi, senza vedere alcun ostacolo innanzi a me. Mi conforto, cori, di avere ispirato ai miei figli il coraggio morale necessario a dominare gli eventi. (Nota ddVA.),