Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <531>
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Un Italiano del Risorgimento 531
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frattanto, i moti per la libertà si erano propagati in Francia; Vienna era insorta* e poi Venezia, come già Milano con le sue Canone Giornate. Le tendenze liberali del Paese erano prevalse in ogni dove, costringendo il general D'Aspre a lasciar Padova con la guarnigione, diretto a Verona. Venezia, conseguita la propria liberazione con la presa dell'Arsenale, aveva proclamato la Repubblica ed eletto a presidente Manin, e in ogni città capoluogo di provincia era sorto un Comitato di Governo.
Dall'8 febbraio, in cui erano avvenuti i massacri di Padova, alla partenza degli Austriaci, i giorni trascorsero tranquilli, e in città ognuno continuò ad attendere alle proprie faccende. Io seguitai.le mie lezioni ai pochi uditori presenti e mi recai più volte a Venezia per abboccarmi con mio suocero Jacopo Castelli, addetto alla Commis­sione cittadina costituita dal conte Pàlffy e durata fino alla fuga di lui con la maggior parte della flotta che non era stata richiamata a Venezia e si trovava ancora a Pola.
Il Meneghini, liberato dal carcere dov'era stato rinchiuso a Venezia col Manin e il Tommaseo, era tornato a Padova fra spontanee e solenni dimostrazioni di giubilo. Assunta la presidenza del Comitato di Governo, egli costituì una Commissione di più membri ed una specie di Giunta preposta alla pubblica sicurezza, di cui fui chiamato a far parte, mentre assumevo l'ufficio di Rettore Magnifico dell'Università,
Come membro della Giunta, a dir vero, mi trovai in grave imbarazzo, sapendo alcuni miei amici e conoscenti mal visti da' miei colleghi. L'abate prof. Nardi, che aveva tenuto a battesimo mia figlia Ilda, era in quel tempo sospettato di segreti maneggi con gli Austriaci e in relazione con essi oltre Piave (S. Polo), dove aveva prolungato la sua .villeggiatura senza ragione. Con alcuni suoi discorsi si era reso sospetto di favorire transazioni col nemico, a patti non certo onorevoli per i liberali. Fu arrestato e mandato a Venezia per discolparsi. Aurelio Contin, mio compare, fu tradotto in arresto da Zeminiana a Padova, per sospetto di segrete intese con gli Austriaci. Dovendosi decidere della sorte dell'uno e dell'altro, fui costretto a tenermi hi disparte ed estraniarmi dalla loro causa, per non cadere, a mia volta, in sospetto dei colleglli, che mi pareva eccedessero nelle loro deliberazioni.
Come Rettore magnifico, divenni più povero di quanto fossi mai stato, perchè dovetti distribuire il denaro di cui disponevano le casse delle varie facoltà a soccorrere molti studenti lombardi e veneti che si trovavano lontani dalle loro famiglie e non pote­vano raggiungerle, né riceverne aiuti. Diedi anche di mio per concorrere alle spese della Guardia Nazionale che si andava organizzando e a cui appartenni col grado di tenente.
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Frattanto, gli Austrìaci spedivano un corpo di circa 1.6 mila uomini, comandato dal generale Nugent, che per il Friuli, passato l'Isonzo, dovevano trasferirsi, per Tre­viso e Vicenza, a Verona, e colà rinforzare il Corpo d'Armata asserragliato nel Quadri­latero. Noi, invece, privi come eravamo di forze organizzate e poco fidando in quelle raccogliticce del paese, attendevamo a braccia aperte il corpo del generale Giacomo Durando, che dallo Stato romano doveva entrare nel Veneto per la via di Ferrara ed era costituito di soldati pontifici e di una divisione di Svizzeri, con qualche batteria di
cannoni*
Quanto ai Napoletani, che dovevano anch'essi intervenire contro l'Austria, il loro arrivo ritardava a causa delle peritanze del Borbone, che forse già meditava il