Rassegna storica del Risorgimento
CORTESE FRANCESCO
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1942
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Ettore Fabivtti
colpo di Stato, e per la defezione del Papa, che si annunziò più tardi con la famosa enciclica. Ad affrettare la marcia dei Napoletani si recò oltre Po il conte Cavalli, il quale però non riuscì die a far passare i volontari comandati dal generale Pepe. Giunsero, intanto, dne reggimenti di volontari bolognesi e romani, che poi presero parte alle prime avvisaglie con le forze del Nugent, nell'alto Trivigiano e nella stessa Treviso.
Ma di ciò e degli avvenimenti relativi alla guerra di quell'anno infelice, fino alla ritirata dell'esercito piemontese dal Mincio e da Milano, mi rimetto a quanto fu scritto nelle storie di quel tempo, e ritorno ai fatti miei e della mia famiglia.
A Padova, dunque, si era formato un corpo di volontari, in gran parte studenti, che si raccolse a Montebello Vicentino, per fronteggiare gli Austriaci, i quali, riparati in Verona, mandarono avamposti a S. Bonifacio. I volontari, sotto la direzione del conte Sanfermo, capitanati da Cavalletto,1) col padre Nappi vestito da frate, si erano raccolti alla Torre di Confine ed a Sorio, muniti di dne cannoni e rafforzati lungo PAspio da una barriera di sacchi pieni di terra.
Andai con uno de* miei studenti (Todeschini), a far Loro una visita in carrettiere, per salutarli ed animarli. Fui accolto con dimostrazioni di gioia affettuosa; ma potei trattenermi con loro ben poco, dovendo" tornare a Vicenza e di li a Padova, dove ero atteso dalla famiglia.
Qualche ora dopo la mia partenza da Torre del Confine, un colpo di cannone austriaco sfondò da una parte all'altra i muri della caserma dov'erano acquartierati gli studenti, mettendoli in agitazione come un preludio inatteso di attacco. Durante la notte, i nemici, conoscendo bene quei luoghi, presero a girare la posizione di Sorio e marciarono difìlati lungo la strada maestra di Montebello; attaccarono le due località e ne cacciarono i difensori, uccìdendone alcuni e bruciandone vivi altri che si trovavano feriti in una casa di Sorio. Non avanzarono più oltre, come se il loro scopo fosse soltanto quello di spazzar via dai loro fianchi quel poco temibile nemico.
La mattina stessa i superstiti scapparono a Vicenza e poi a Padova, sgomenti per l'inaspettato attacco. Il professor Bacchia, che si temeva caduto o preso in quello scontro, aveva raggiunto, invece, Padova, e alquanto sofferente si trovava in grembo alla famiglia. Sanfermo, a cui pareva di aver messo gli studenti al sicuro in una Mantova, era a neh'egli tornato sano e salvo.
* * *
Subito dopo la partenza degli Austriaci da Padova e prima che arrivassero i primi contingenti dei volontari pontifici, avvenne un fatterello curioso, che registro in questi ricordi. Il penitenziario della città era popolato di circa ottocento bricconi di prima forza, in gran parte condannati a vita od a lunghe pene. Un bel mattino quei galantuomini si ammutinarono. Fui svegliato da una sparatoria, che non mi parve un saluto a salve, poiché la udii continuare insistente per qualche minuto. Io abitavo sul canale che dal ponte di legno conduceva al ponte Torresitt, e uscendo di casa armato di una carabina da Jager, chiesi a qualcuno che cos'era quel tumulto. I reclusi avevano tentato di evadere dal carcere, facendo violenza ai pochi invalidi che lo custodivano, e raccolti in grappi dopo avere infranto le clausure, orano quasi riusciti a sforzare il doppio cancello dell'uscita.
i) Alberto Cavalletto (1813-1897), di Padova, intemerato patriota, dal 1852 al '56 prigioniero politico a Josephstadt e a Lubiana, poi deputato e senatore.