Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <533>
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Un Italiano del Risorgimento 533
I cittadini che abitavano nelle prossime case ed altri sopragginnti stavano facendo alle fucilate per impedire la temuta evasione di quei malviventi, che avrebbe messo in grave pericolo la città. Salii anch' io sol primo terrazzo della specola, e cari­cata la mia buona carabina, cercai di colpire gli ammutinati che si agitavano nel cortile e lungo i corridoi scoperti della casa di pena. Dopo alcune fucilate ne colpii uno alla spalla, mentre si dirigeva carponi verso la sua camerata. Tre erano già stesi al suolo morti ed altrettanti, non lievemente feriti, erano stati condotti in luogo riparato. Il tumulto fu cosi sedato, e i soldati allora sopraggiunti poterono prendere in consegna e assumere la custodia dello stabilimento, con grande sollievo della popolazione, cui 1 idea di una fuga di quei tristi aveva riempito di terrore.
La casa di forza di Padova era allora uno stabilimento di pena che chiamerò industriale, dove io stesso avevo fatto lavorare, fra le altre cose, un fornimento di biancheria da tavola per diciotto persone, con ottimo lino comperato a Cremona. Ricordo che, domata la rivolta, mi recai in persona a visitare il carcere, e vi conobbi certo abate Spadini, il quale, per un torto fatto al fratello, si era dato alla latitanza ed era considerato come uno dei più temibili grassatori. Era, invero, terribile; ma non sanguinario, e il suo volto esprimeva risoluzione e fermezza veramente bresciane.
Dopo quell'incidente, la casa di pena non diede più alcun pensiero o preoccupa­zione ai maggiorenti della città. Devo dirlo ad onor di Padova: il popolo padovano. tutt*altro che mite e disciplinato, dal giorno della partenza degli Austriaci non si rese colpevole ne di nn furto, né di un atto di prepotenza. Pareva che la ricuperata indipen­denza dallo straniero lo avesse indotto a miti pensieri e a costumi civili.
XH. - Il 1848 A VENEZIA
Dopo la battaglia data dagli Austriaci, rafforzati dal corpo del generale Nugent e dal Welden, Padova fu còlta da sgomento. Non giungevano più notizie dirette da Vicenza, e la bandiera bianca, che dalla Specola si vedeva sventolare sulla torre della città sorella, se dagli ottimisti non era considerata nn indizio funesto, mi confermava, nel triste presentimento che i Tedeschi, usciti in forza da Verona, da cui il 20 maggio erano stati ributtati, avevano ripreso l'offensiva con maggiore audacia ed erano ormai vittoriosi Ora, il silenzio e lo sgomento dei cittadini erano segno indubbio che le illusioni dileguavano e che presto i nemici sarebbero avanzati fino a Padova.
L'unico asilo per noi era ormai Venezia, protetta dalle sue lagune e abbastanza bene armata da poter resistere fino a migliori eventi. Una lettera speditami opportuna­mente da mio suocero, allora Presidente del Governo di Venezia, giungeva appena in tempo ad avvertirmi che Vicenza era caduta, e conveniva che tutti ci riparassimo n Venezia. Padova, intanto, era disertata dai soldati, diretti di urgenza a Venezia. Per le strade, sui muri delle case, cominciavano ad apparire scritte inneggianti a Wclden, dimostrazione di austriacanti, a prova del coraggio che andavano riacquistando. Padova, d'altronde, non si poteva difendere, sia per mancanza di armi ed armati, sia per il carattere apatico degli abitanti.
Pensammo, dunque, di ritirarci, essendo persuasi, io e mia moglie, che io sarci stato uno dei colpiti, sebbene non avessi capeggiato alcun parlato, trovandosi il mio nome iscritto nel libro nero della polizia, a causa delle mie aspirazioni liberali. La mia povera moglie, di spiriti sempre spartani e di carattere fiero e deciso, fu il mio maggiore incentivo alla risoluzione di lasciar patria e sostanze per non essere più suddito