Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <534>
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Ettore Fabietli
austriaco; e senza pensare alla creatura che ella portava in grembo e a tre figliuoli pie* coli, di cui una la Ilda di poco più d'un anno, ci disponemmo a partire. Ci-intendemmo con Faj, nostro solito vetturale, affinchè tenesse a nostra disposizione una vettura per la mattina del 13 giugno, nella speranza di poterci riparare a Venezia col minor disagio possibile e forse di un non lontano ritorno.
Tutto il giorno 12 si assistè a un continuo esodo di soldati e cittadini: la notte si udì il rullo del tamburo che chiamava a raccolta, e per molti segni apparve imminente la rioccupazione armata della città. H 13, sul far del giorno, si seppe che stava per partire anche l'ultimo battaglione di volontari lombardi, per cui era allestito un treno ferroviario.. Faj non veniva. Si mandò a cercarlo. Non v'erano più mezzi di trasporto di alcun genere, né il danaro bastava a trovarne. Ci risolvemmo, quindi, a partire a piedi tutti insieme, per la strada di Pontecorvo o di Bassanelio, verso il Po, e raggiun­gere di là Ferrara e Bologna. Allestimmo il carrettino e una so morella che avevo nella mia stalla, per servircene come mezzo di trasporto dei pochi bagàgli da portar con noi, comprese le armi di mia proprietà, e ci mettemmo in balia della fortuna.
Eliodoro, nostro giardiniere, doveva condurci fin dove poteva fuori di città. H mio inserviente d'anatomia, Arcari, giunto opportuno fra noi, assistè a questa fuga in Egitto.
Passando cosi pedestri per la via che conduce dal Seminario al prato della Valle, incontrammo il nostro falegname, il quale si avvicinò per avvertirci che il battaglione dei volontari lombardi era alla stazione della ferrovia, in attesa di partire per Venezia: se avessimo affrettato il passo, forse si poteva trovare in treno un cantuccio anche per noi. Poco oltre ci vide dalla finestra l'amico Mazzolo, anch'egli perplesso sulla risolu­zione da prendere, e ci chiese se partissimo anche noi. Alla risposta affermativa precipitò dalle scale e si uni a noi, deciso ad emigrare.
Mia moglie, con la Ilda in braccio, io con Giulia e Giangi per mano, Marzoli, Arcari ed Eliodoro formavamo un gruppo degno di esser ritratto. Poi, percorsa la lunga strada fino alla stazione, licenziammo i due ultimi e il carrettiere, scaricammo i pochi bagagli, e non senza opposizione dei volontari lombardi, riuscimmo a prender posto in un vagone qualunque, in attesa del segnale di partenza. Era l'ultimo convoglio di cui potevamo approfittare. Quei poco gentili eroi lombardi avevano occupato più spazio del necessario, lasciandone assai poco a noi.
4 * *
E qui lascio che il treno cammini e noto un aneddoto che può indurre a qualche riflessione. Dorante la breve parentesi di libertà, a Padova molti cittadini si erano dati a ostentare principi d'italianità e di liberalismo, fra i quali alcuni professori dell'Uni­versità. Tatti sapevano che, in fin dei conti, essi amavano più i grassi proventi della cattedra che l'Italia; ma correvano dietro alla corrente che sembrava in prevalenza, tanto più che non costava nulla alle loro tasche. L'11 giugno, mentre a Padova si era in ansia per la sorte di Vicenza, il Pcdrocchi era quasi deserto e tutti si preoccupavano degli avvenimenti prossimi. Io stavo parlando, non ricordo con chi, quando un buon numero di persone entrò rumorosamente nel caffè con alla testa il dottor P., divenuto poi professore, recando la notizia che Carlo Alberto aveva passato l'Adige e gridando evviva a perdifiato.
La notizia non rispondeva a verità: io lo sapevo e rimasi indifferente a quello stolto schiamazzo. Ecco diasi fra me il P., così estraneo ad ogni manifestazione