Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <536>
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Ettore Fabietti
ai ritrasse dai sacrifici necessari. La città era in procinto di darsi a Carlo Alberto con ana tranquillità che, in fondo, tradiva una depressione di animi, sebbene nessuno avesse perduto la speranza di un avvenire glorioso.
Il tempo che vi trascorsi disoccupato e senza uno scopo soddisfacente fini per annoiare un uomo come me, avvezzo alla vita attiva, e mi avrebbe moralmente pro­strato se non mi fosse venata in soccorso la mia Nana col suo buon senso e co' suoi sempre saggi consigli. Mi fece promettere di scriver subito al mio buon amico Gianelii. a Milano, per indurlo a farmi accettare nell'esercito lombardo, in qualità di medico militare, non volendo ella che suo padre, ministro, incorresse nella taccia di nepotismo impiegandomi nell'esercito veneto.
In pochi giorni n'ebbi risposta non solo favorevole, ma incoraggiante, e mi disposi a partire. Marzolo mi segni. Noleggiammo un trabaccolo, di quelli che a Venezia hanno sempre servito al piccolo cabotaggio lungo le coste adriatiche. Credo che il padrone fosse appunto un marchigiano del litorale. Su quel trabaccolo dovevano partire parecchi rifugiati, volontari romani, marchigiani, umbri, siculi, accorsi nei primi giorni della nostra rivoluzione a prestar mano alla cacciata degli Austriaci. Fra questi il La Musa e la contessa (o duchessa) Laute, nonché qualche altro giunto da poco con grandi offerte dì aiuto, e non potendo ottenerne i vantaggi che ne sperava, partiva in collera con Venezia.
C'imbarcammo, Marzolo ed io. al porto del Lido, con destinazione a Ravenna, pagando 43 lire austriache a testa, vitto compreso, fino allo sbarco. Ravenna era allora il porto che riforniva Venezia di viveri, facendone un commercio per quei tempi attivo e lucroso ; uè erano del tutto cancellati a Ravenna i ricordi dell'antica dominazione veneta durata colà 68 anni e finita con la famosa Lega di Cambrai.
Quale fosse lo stato dell'animo mio nell'abbandonare la mia famiglia per una destinazione ignota e per un tempo indefinito, è più facile supporre che esprimere. AiFezionatissimo ai figli, nutrivo allora una singolare tenerezza perla mia ultima bam­bina, Ida (nata 1*11 novembre 1846), che già prometteva di crescere sana, buona, amo­rosa. Si fece vela il . . . giugno, con la speranza di giungere a Ravenna in poco più di 24 ore. Si mangiò abbastanza bene il primo giorno, non cosi il secondo e tanto meno il terzo, poiché le provviste erano state quasi totalmente consumate prima che si giungesse a metà della rotta.
Disgrazia volle che la notte non ricordo se la prima o la seconda si dovesse gettar l'ancora davanti al porto di Po di Goro, a causa dell'assoluta calma del vento che non riusciva a gonfiar le vele. L'Adriatico era tranquillo, ma ondoso, forse per la marea montante. Fu la prima volta che soffersi mal di mare e vomitai, come altri de' miei compagni di viaggio, compresa hi duchessa Laute, ridotta in uno stato repel­lente davanti ai La Masa che hi corteggiava. Come Dio volle, nel pomeriggio del terzo giorno sbarcammo a Porto Corsini, e scaricati i pochi bagagli in una taverna, si prese qualche ristoro; poi un battello trasportò i viaggiatori a Ravenna, mentre Marzolo, io e pochi altri facevamo a piedi le quattro miglia circa che separavano il porto dalla città.
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Nulla dirò di Ravenna, perché allora si aveva ben altro a cui pensare che all'arte a ai monumenti. Vi trascorremmo hi notte e al mattino noleggiammo una vettura che ci condusse a Bologna, e poi, per Modena, Reggio, Parma, eco., a Milano. Verso Castel­franco, se ben ricordo, la carrozza si rovesciò, senza alcuna conseguenza. Io, che ero