Rassegna storica del Risorgimento

CORTESE FRANCESCO
anno <1942>   pagina <539>
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Un Italiano del Risorgimento 539
alcun avviso ufficiale di ritirata; e fu anche fortuna che mi imbattessi subito con un collega il quale, avendo un cavallo a disposizione, s'era preso cura di caricare anche una parte del mio bagaglio.
In buon ordine e in silenzio si giunse a CasteJlucchio, dove alla meglio potemmo rifocillarci. Eravamo appena partiti di là, quando incontrammo un corpo di cavalleg-geri lombardi comandati dal conte Girolamo Guicciardi, mio antico compagno di Paggeria, che avevo riveduto più volte durante il mio breve soggiorno in Milano. Gli chiesi dove andasse co' suoi soldati, ed egli, con la più candida ingenuità, mi rispose che si recava a Mantova a raggiungere le altre forze lombarde di cui doveva far parte. Naturalmente, mi meravigliai com'egli non sapesse che noi avevamo ordine di ritirata e che faceva un viaggio inutile. GH ordini da lui ricevuti erano quelli, ed egli doveva recarsi colà a qualunque costo. Lo. salutai, augurandogli buona fortuna. Seppi poi da lui stesso che, arrivato appena a quel fosso ed a quell'argute che attraversa la strada postale a Montanara ed unisce la Fossa nuova al Mincio, presso Certosa, scoperse un corpo di ulani, il quale, uscito da Mantova gli veniva incontro, e fu appena in tempo di far fronte indietro ed a briglia sciolta ritornare a raggiungere in Canneto le truppe sarde dirette verso Cremona.
Kividi il mio amico Guicciardi soltanto nel 1859, quando, in un momento più fortunato della mia vita (ero medico vice Capo dell'Armata), tornai a Milano, che rimase nostra per sempre, ed egli, promosso maggiore di piazza, si prestò da buon amico a procurarmi un comodo alloggio militare per la mia abbastanza lunga dimora in quella simpatica città. Egli era allora veramente un vecchio cadente, mentre io, sebbene non avessi che quattro anni meno di mi, cominciavo allora, con tutta l'energia di una robusta maturità e grande fiducia in me stesso, ad affron­tare i veri disagi e le fatiche della vita militare.
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Sì giunse, adunque, con la divisione lombarda a Marcarla, dove piantammo le nostre tende, in attesa di ordini ulteriori. Approfittando della vicinanza dei luoghi, io mi recavo a piedi fino a Bozzolo, avendo lettere di presentazione di un mio quondam studente (Guastalla) per la sua famiglia, la quale mi accolse con dimostrazioni di rispetto e mi alloggiò in una stanza a terreno molto comoda, che dava sulla strada principale della città. Potei così ristorarmi e ne avevo bisogno dopo una lunga marcia sotto il sole estivo; e messi a posto i miei bagagli, rifeci la strada di Marcaria per annunziarmi al mio colonnello Grillini, prendere i suoi ordini e ottenere il permesso di alloggiare la notte a Bozzolo. Rimasi a Marcaria fin verso sera, e sul tramonto ritornai tranquillo a Bozzolo, sempre pedibus calcantibus, avendo trovato la strada percorsa da carriaggi e veicoli contrari alla mia direzione.
Riposai poco durante la notte, a causa del continuo passaggio di uomini e di carreggi, e ai primi barlumi dell'ulbo mi alzai. Affacciatomi alla finestra, ebbi la dolo­rosa sorpresa di vedere un gran numero di soldati che andavano senz'ordine e molti senz'armi, in direzione di Cremona, o meglio di Piadena, e già mi accingevo a tornare a Marcaria, quando le padrone di casa vennero, disperate, ad annunziarmi che tutta la popolazione era in fuga per il prossimo arrivo degli Austriaci. Il panico aveva invaso tatti, e nessuno voleva intendere le mie ragioni stilb impossibilità di questo fatto, essendo noi arrivati a Marcaria il giorno precedente senza aver visto indizio dei nostri soldati, che pure, in ogni caso, avrebbero dovuto passare per Bozzolo. Volli, dunque,