Rassegna storica del Risorgimento

SAVOIA (CASA) ; STORIOGRAFIA
anno <1942>   pagina <576>
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576 Libri è periodici
di lui per (a bonifica dell*Agro Romano e per la lotta integrale per la malaria e vuol essere un nuovo riconoscimento della sua genialità, della sua tenacia e del suo fattivo patriottismo.
La malaria è stata per l'Italia, dopo la dominazione straniera, la sciagura più grave ed un fattore importante della sua miseria economica. Terribile flagello, che ne aveva richiamato un altro in mutua relazione di causa e di effetto, e forse non meno grave dal punto di vista sociale, quello del latifondo. Scriveva Carlo Cattaneo, nel 1863, nel suo Politecnico: molta parte d'Italia è.in preda di questo nemico implacàbile; le sue notturne brezze piene di fraganza sono pur gravide di veleno; eie rugiade aero tine della sua estate portano seco infermità e morte. In Italia la malaria ha il suo trono; i margini dei suoi freschi rigagnoli, i suoi prati ricchi e fiorenti, le coste de' suoi laghi argentini, le sue pianure lussureggianti, le sue valli pittoresche sono il teatro su cui quel mostro ferale apre il sepolcro precoce a una nobile schiatta. Ivi morte passeggia di conserva con la vita più rigogliosa. Ivi il campagnuolo raccoglie le sue messi, messe anch'egli di malattia crudele; spettro più. che uomo dalla culla alla tomba, decrepito nell'infanzia, egli si aggira tra i frutti più preziosi di prodiga natura, condannato ad una vita che non è che una morte continua. La necessità si bene indicata dal Cattaneo, di tutelare in primo luogo e custodire la preziosa vita del lavoratore, era già apparsa fin da un ventennio innanzi a un altro insigne italiano, al Conte di Cavour, il quale, stabilitosi a far l'agricoltore nella sua proprietà di Leti nel Vercellese nel 1840, quando il padre era stato chiamato alla carica di vicario e di soprintendente di polizia della città di Torino, s'era trovato a lottare con zone selvatiche e paludose tormentate dalla malaria. Guidato dal motto la natura si può piegare, non forzare aveva intrapreso una vasta opera di bonifica spianando pascoli sodi e campi, tanto che bastasse a recarvi e a diffondervi con giusta misura il beneficio della irriga­zione e la fognatura tubolare, che fu per quell'epoca una ardita innovazione. Opere .non molto diverse avevano attuate nelle loro terre di Toscana e di Valtellina il Bicasoli e Luigi Torelli, i quali avevano anche armato di fucili i loro contadini per farne a tempo opportuno dei soldati. Ma il Torelli, con quella sua foga caratte­ristica e con quello spirito volitivo che Io portava a vincere ogni difficoltà, si appas­sionò più di ogni altro al grave problema; e nel 1870, dopo il triste spettacolo della accidiosa inerzia con cui erano stati considerati i progetti relativi alla bonifica dell'Agro Romano si fece l'apostolo di quella lotta estendendo le sue ricerche a tutto il territorio nazionale. Dapprima strenuamente combattè in favore dei monaci Cistercensi delle Tre Fontane in Roma che, costituitisi in azienda agricola dal 1868, avevano intrapreso la bonifica della zona ed avevano piantato su larga scala Veuca-lyptus, albero che si riteneva efficace come risanatore locale e pTosciugatore di terreni paludosi; poi allargò i suoi studi e il suo interessamento: apri per conto suo un'inchiesta in Italia sulla diffusione della malaria servendosi all'uopo dei Consigli provinciali e sanitari, dei Sindaci e delle Amministrazioni ferroviarie, ed arrivò, con un lavoro faticoso e di mole imponente, a compilare nel 1882 la Carta della malaria d'Italia, la quale invero fu Un grande avvio verso l'abolizione del latifondo, peste della penisola fino a pochi anni fa, e conseguenza diretta delle ingiuste leggi del maggio-roseo e del possesso delle manimorte. Gli studi del Torelli destarono finalmente nelle classi dirigenti l*ai tenzione per gli interessi agricoli, un'attenzione forse non minore di quella che alcuni anni dopo, e cioè nel 1885, destò Stefano Jacini con i risultati della suo memoràbile Inchiesta agraria.
Il Torelli non era un medico e non era neppure un sociologo; ma era un uomo di grandi iniziative, di grande cuore e di molto buon senso, e seppe cosi aprire la via ai lavori dello Sforza, del GigliareUl, del Bertoni, del Ponizza, del Tommasi-CrudeU, di Achille Monti e ai più recenti, giustamente celebri, del Laveran, del Marchiafava, del Cefli e del Golgi. Il merito precipuo della Carta della malaria è stato posto in rilievo dallo stesso autore nella sua limpida relazione presentata all'Ufficio Centrale del Senato,