Rassegna storica del Risorgimento
NAPOLI ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno
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1942
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pagina
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619
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La dittatura di Garibaldi a Napoli 619
lettera a suo nipote Francesco invitandolo a desistere da ogni resistenza fatale alla dinastia ed ai popoli e gli consigliava di salvare la nostra casa dalle maledizióni di tutta Italia e di seguire il nobile esempio del nostro reale congiunto di Parma che all'irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dall'obbedienza e li fece arbitri dei propri destini. Così la politica piemontese cbe non trascurava nessun tentativo per determinare una vera insurrezione meridionale, prima dell'arrivo di Garibaldi, faceva opera di persuasione anche verso il Conte di Siracusa che aveva sposato una principessa di casa Savoia, Maria Vittoria, nipote di Vittorio Emanuele, facendogli intravedere forse una reggenza meridionale. Ma il vero scopo consisteva nel far partire il Re prima della venuta di Garibaldi, proclamare dittatore l'ambasciatore sardo, Villa-marina e procedere subito all'annessione incondizionata del Regno al Piemonte. Del resto le accoglienze suggerite dal Cavour e fatte da Vittorio Emanuele al Conte Leopoldo durante il suo soggiorno a Torino erano improntate a cordialità intima. E fin dal primo colloquio il Conte di Siracusa fu meravigliato e commosso per così squisita bontà ed amorevolezza e parlava del Re nei termini della più viva animirazione.*) Intanto la lettera inviata al re Francesco II veniva largamente diffusa e rappresentava
un progresso rispetto alla precedente dì Liborio Romano; il ministro si accontentava di allontanare il Re, sostituendolo con il Reggente, il Principe va per le spicce e rappresentando meglio il pensiero dell'ispiratore Torinese, cui una reggenza avrebbe potuto recare qualche preoccupazione, chiede addirittura la hne della Monarchia Borbonica.2)*
Pertanto il Conte di Siracusa non tardava a prendere la via dell'esilio ed il giovane Re, superando le tendenze estreme, le suggestioni e le indecisioni, decideva la sua partenza da Napoli e ne dava annunzio al popolo con un proclama del 6 settembre scritto in realtà dal Romano in cui esprimeva con accenti commossi ma non disperati, il suo doloroso ed ultimo saluto:
Io sono napoletano uè potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi sudditi. Qualunque sarà il mio destino prosperoso od avverso serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini, che uno smodato zelo per la mia corona non diventi face di turbolenze.
i) G. MASSAIO; La vita di Vittorio Emanuele II, ed. fìarion, 1935, p. 276. 2) M. Rosi. L'Italia odierna, Torino, 1932, voi. II, p. U9.