Rassegna storica del Risorgimento

NAPOLI ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1942>   pagina <669>
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La dittatura di Garibaldi a Napoli 669
Era insomma tutto un programma nuovo da svolgere, tutta una fede da alimentare, una dichiarazione solenne di garanzia, di benessere e di libertà. La Dittatura aveva cosi preparato questo nuovo programma più complesso nei mezzi e negli scopi ed il Re che aveva compreso il significato intimo ed il valore del Governo dittatoriale, come necessario inizio di quello nazionale, poteva formulare con piena coscienza la funzione politica dell' Italia e dei doveri nuovi da compiere.
La dialettica della storia nazionale seguiva così le sue leggi eterne e 1 organismo dittatoriale, esaurita la sua missione, non si dissolveva nel nulla, ma si integrava nel tutto, restando alla base di un nuovo orga­nismo, destinato a svolgersi come entità armonizzante e come lento processo di residuale superamento del passato.
La mattina dell' 8 novembre il nuovo Re con il suo seguito e con il Farini riceveva nella sala del trono del palazzo reale, il Dittatore accompagnato dai ministri del Governo morente, dal Pallavicino e dal JMfordini, prodittatori per la solenne consegna del plebiscito meridionale. Alla presenza delle personalità del nuovo Governo nazionale, il ministro Raffaele Conforti pronunciava poche parole commosse piene di ardente fede per l'Italia. H Re, a sua volta, rispondeva ringraziando e stringeva la mano all'oratore ed a Garibaldi. L'atto di unione era compiuto ed il Dittatore si preparava a lasciare Napoli.
Aveva chiesto la nomina a commissario del Re per le provincie meri­dionali, ma il suo desiderio non veniva accolto perchè il Re gli inviava
una lettera in cui diceva
ai-essendo io a Napoli con pieni poteri, governerò sia militarmente che civilmente. Quando io andrò via di qua il Governo piglierà quella forma e quel carattere che è conseguenza necessaria delle leggi fondamentali della vita monarchica, quindi Ella capirà che non posso concentrare in lei poteri che costituzionalmente vanno divisi. 9
Era una lettera di congedo vero e proprio al Generale liberatore. Ma quella lettera e alcuni atti compiuti dal Re in quei giorni deter­minati dal turbine delle passioni non vennero dal cuore di Vittorio Emanuele ma gli vennero Buggeriti da coloro che gli stavano intorno .*) E Garibaldi ne era convinto perchè i torti avuti a Napoli più che alla persona del Re egli attribuiva al Fanti, Capo dello Stato Maggiore e Ministro della Guerra. E non si ingannava. 3) Infatti il Della Rocca non esitava a ricordare nella sua autobiografia che il Re (riconosceva i grandi servizi resi dal Garibaldi e la perfetta lealtà e generosità di lui.
CURATOLO, Garibaldi e Vittorio Emanuele, p. 362.
2) G. E. CUBATULO, G. Garibaldi, p. 51 sog.
3} 6. E. CUBATOLO. JT dissidio fra Mattini e Garibaldi, p. 224.