Rassegna storica del Risorgimento
NAPOLI ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno
<
1942
>
pagina
<
671
>
La dittatura di Garibaldi a Napoli 671
Il risultato del colloquio infatti veniva manifestato mediante un proclama del Mazzini scritto con forma energica e decisa e firmato da Garibaldi in cui si affermava che l'arti e le codardie altrui debbono esserci sprone anziché sconforto a raggiungere Io scopo nel quale m'avrete sempre fratello e presto ad accorrere dovunque una bandiera levata in nome dell'unità della Patria mi chiamerà. l)
Anche Mazzini si decideva ad abbandonare Napoli, convinto che una ulteriore sua presenza non avrebbe mutato il volto nuovo delle cose. Il suo partito infatti non aveva avuto il momento favorevole, si era ormai indebolito per le defezioni causate dalle promesse degli impieghi e delle pubbliche cariche fatte dal Governo piemontese. Ecco dunque la vera causa della sconfitta del partito mazziniano e della impopolarità del suo capo, a differenza di Garibaldi, il quale unitario convinto ed ardimentoso aveva operato per la Monarchia ed in questo risiede il motivo di tutte le disillusioni, i dolori, i conflitti, le opposizioni, le lotte sostenute con il Governo e personalmente con le figure sue rappresentative. Liberare l'Italia da ogni forma di oppressione straniera e liberarla con audace ed ininterrotta marcia, superando ogni forma di ostacolo che gli si opponesse; ecco il suo scopo e l'idea dominante della sua vita, per cui la sua adesione al Mazzini ed al Crispi, convinti di proseguire la rivoluzione e la sua avversione al Cavour ed al La Farina che apparivano gli antirivoluzionari. Nessun dubbio sulla forma di governo che anzi aveva ottenuto il suo sincero riconoscimento monarchico fin dall'inizio della conquista meridionale. Comprendeva i pericoli del regionalismo e la necessità di uno stato unitario, ma l'esperienza del suo passato governo, gli suggeriva anche la temporanea esigenza di un moderato autonomismo meridionale con graduale suo assorbimento nell'unità politica e amministrativa del nuovo Stato. Lontano dall'ambizione e dall'interesse egli era animato da un solo sentimento e cioè dall'amore per la Patria e per l'umanità, per i popoli sofferenti e per la libertà. I timori del Cavour non reggevano dinanzi alla fedeltà di Garibaldi. Egli infatti non aveva compreso in tutta la pienezza il grande animo dell'eroe italiano che e donando un regno, mendicherà alla fine da Sirtori un migliaio di lire per ritirarsi collo storico sacco di sementi sugli aspri scogli della sua Caprera.2)
i) SS. UBAMBILLA, Hinc et inde , in Garibaldi e i Garibaldini, raccolta trimestrale di exitti e documenti inediti o rari, Como, 27 maggio 1911, anno I, n. 4, p. 402.
9) C. ACRATJ, c/7. cit., p. 570.