Rassegna storica del Risorgimento

NAPOLI ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1942>   pagina <673>
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La dittatura di Garibaldi a Napoli 673
Anche il re Vittorio Emanuele, per il tramite del primo luogote­nente Luigi Carlo' Farini, in data 9 novembre manifestava al Pallavi­cino il suo riconoscimento e la gratitudine del paese perchè
la virtù dell'animo e la fermezza dei propositi con cui Ella rimovendo gravi osta­coli, secondava l'ardente desiderio, che avevano queste popolazioni di pronunciare il voto di unione alla rimanente Italia, hanno avuto ed avranno .gran parte al finale compimento di questa meravigliosa impresa*
Si trattava di un generale riconoscimento e di una schietta riconoscenza.
Anche il Pallavicino lasciava Napoli e ritornava a S. Fiorano dove apprendeva con profondo rammarico rimmeritato trattamento che si veniva facendo, dal Governo luogotenenziale, a tutti gli atti della sua amministrazione meridionale. *)
è dovuto non già al senno, alla fermezza, al patriottismo di quel popolo... È ingiusto per Pallavicino poiché dice apertamente che oltrepassando i limiti del suo mandato, ed abusando del potere che gli era confidato, avrebbe esercitato una vera coazione sulle volontà dei Napoletani... È ingiusto per l'Italia, perchè suppone che la nostra patria siasi rallegrata del risultato, dovuto non alla volontà Ubera dei Napoletani, ma bensì all'opera personale di un uomo. Del resto il telegramma esprimeva riconoscenza e ringraziamento del Governo nazionale.
*) Vivendo così nella solitudine dei suoi possedimenti, egli intanto seguiva da lontano e con fede profonda lo sviluppo degli avvenimenti politici. La morte del Cavour grande sventura per l'Italia, e la successione del Ricasoli determinavano una difficile posizione interna ed estera. H successore Rattazzi, comprendendo lo stato d'animo, la sfiducia e la possibile reazione che poteva scoppiare nel paese e specialmente in Sici­lia, invitava il Pallavicino a recarsi in qualità di prefetto a Palermo ove egli avrebbe garantita la rivoluzione e la monarchia insieme. Ed il Pallavicino, consapevole della responsabilità che gli veniva affidata, accettava e partiva. Tutto appariva in disordine ed egli, riferisce il Salazaro nell'op. cit. a p. 95 s'avvide dei mali, e non fu tardo ai rimedi. L'autorità del suo nome, l'amicizia che lo legava a Garibaldi, la storica sua prigionia nello Spielberg, e fin la colossale sua fortuna, tutto influì a sperdere in gran parte i sospetti, a normalizzare l'amministrazione, a ridestare la fede del principio rivoluzionario, unico fattore dell'unità e dell'indipendenza italiana.
E dopo pochi giorni di permanenza siciliana egli, accorgendosi che la popola­zioni erano tutte per la rivoluzione e Garibaldi, nella sua relazione al Re non esitava di dire il vero stato di cose : V. M. non BÌ lasci illudere dalle persone che la circondano. Garibaldi nelle provineie meridionali esercita un prestigio irresistibile. In Sicilia questo uomo è onnipotente... Senza Garibaldi il Re d* Italia è un gran vassallo di Napo­leone IH e nulla più. Era del reato il suo vecchio programma ed aveva chiaramente compreso che in quel momento era necessario preferire il Partito di Azione che ope­rava per il Governo ed era tutto garibaldino.
Ed il Partito di Azione gli rendeva grandi' servigi, come appare dalla pubblica lode in una lettera inviata a Garibaldi : Io non posso che lodarmi del partito di azione. Coll'opera sua ho sventato molte macchinazioni dei Borbonici stretta in lega con gli Autonomisti. Queste sue dichiarazioni lo ponevano in disaccordo con il Gabinetto di Torino che, spesso ignorando il vero stato delle cose, o dava ordini troppo rigidi,