Rassegna storica del Risorgimento

1797 ; NAPOLEONE I ; FRANCIA ; TREVISO
anno <1942>   pagina <692>
immagine non disponibile

692 Vanda Ongareìlo
1793, in Parigi, affranto dagli anni e dai dolori, uno solo fra questi gli fu. risparmiato: quello di dover vedere In caduta di Venezia piagnucolante come donna Cote.
di palagio, come Pantalone dal reo Lelio cacciato: il doge uscire.
Tuttavia gli stessi raunicipalisti, non si mantennero sempre amici veri dei francesi, come dei principi da essi diffusi, perchè le atrocità da questi commesse in quel tragico periodo erano tali da far perdere a chiunque la stima verso di loro.
C'era sempre nell'animo dei migliori anche al di sopra di ogni ideologia l'amore verso la propria patria ed il dolore nel vedere le conseguenze che l'occupazione francese recava ai nostri paesi. Ma questo dolore per difetto di educazione e d'iniziativa, non seppe armare le braccia, né ricacciare lo straniero che parlava di libertà e necessaria­mente e logicamente opprimeva.
Cosa curiosa, a capo del Governo furono lasciati un Presidente ed un Segretario di nascita nobiliare, certo per non mostrare apertamente la parzialità con cui si agiva e forse anche perchè questi dne funzionari accreditassero il Governo presso la cittadi­nanza, e perchè essendo sempre stati in mezzo agli uffici pubblici, ne avevano una pra­tica maggiore degli altri, o almeno di quella massa bruta che la Repubblica, pure trat­tando paternamente, aveva sempre con ogni cura tenuto lontana dagli uffici di governo.
Questo perchè secondo le teorie francesi questo Governo doveva rappresentare il popolo e venire eletto da esso, ma in realtà il popolo non c'entrava più di quanto era entrato nel Governo veneto. AI popolo, infatti, si dava il nome di sovrano, ma esso era più schiavo che mai, poiché obbediva ciecamente ad un governo che fini per essere del tutto contrario ai suoi interessi ed alle sue aspirazioni.
Il popolo però in quei primi momenti di sorpresa e di abbattimento, non solo non seppe far valere quei diritti che a parole gli venivano concessi, ma neppure s'accorse della contraddizione che c'era tra le vanterie e gli atti di chi, chiamandolo arbitro di se stesso, lo sottometteva ad un Governo quasi straniero. Esso era cosi abituato da lunghi secoli ad obbedire, che non aveva ancora il concetto della libertà, e soprattutto non aveva l'idea di un Governo eletto dal popolo e formato da individui venuti dal popolo. Prima che questi nuovi postulati si facessero strada negli animi, dovevano passare parecchi mesi, i quali, se furono tormentosi e convulsi, rappresentarono però un'epoca di vera rivoluzione nel pensiero e nei sistemi.
In Treviso la Municipalità fin dal primo momento esigette obbedienza e rispetto assoluto alle leggi. Le riunioni nelle case e nelle piazze sotto qualunque pretesto vennero proibite e punite con pene severe; fa ordinato, alcuni giorni dopo la proclamazione della Municipalità stessa che entro dieci giorni le argenterie delle Chiese, cappelle private, monasteri, meno il calice e l'ostensorio, fossero dichiarate proprietà della Repubblica e consegnate ai due francesi Guignord e Micoud, agenti delle contribuzioni nei paesi conquistati, e a ciò appositamente delegati.
La minima omissione sarebbe stata calcolata delitto e come tale punita. Tutte le armi da fuoco e da taglio focili sì da guerra che da caccia vennero fatte depositare. Per i bisogni continui delle armale francesi stanziatene! territorio continuarono requi­sizioni di oggetti e di generi e si esigette la nota completa, da tutti, di quanto avevano nei granai e magazzini, per poter servirsene a momento opportuno, restando intanto proibito severamente qualunque contratto.
In quei cinque mesi di Municipalità lo spogliazioni ai cittadini furono veramente enormi. Continue erano le requisizioni, oltreché dei generi di prima necessità, quali: pane, vino olio, forine, riso, uova, carne, zucchero, limoni, acquavite, legna, paglia, fieno, anche quelle di bestiame, cavalli, biancherie. Molto richiesto era il salnitro per le polveri.