Rassegna storica del Risorgimento
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1942
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740
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740 Libri e periodici
giovane Torello Biagioni, che usciva dalla casa della sua fidanzata nella via di Porta al Borgo. Poco dopo mori. Così, sempre tra sospetti e violenze poliziesche, sì giunse al processo Guerrazzi, che segnò naturalmente una ripresa di arresti. U Franchini fu condannato in contumacia a tre mesi d'ergastolo con sentenza del 1 luglio. Questo gentiluomo che con instancabile fede aveva sempre sorretto gli animi dei Pistoiesi nella tenace lotta contro l'oppressione del Governo Granducale ed aveva incoraggiato alla riscossa, non potè aver la gioia dì vedere nella natia città trionfare il tricolore. Morì il febbraio 1852 in mezzo al lutto di tutta la Citta.
Il 27 aprile del 1859 giunse alfine il momento della pacifica involuzione toscana, per la quale il popolo con un incruento movimento cacciò la dinastia lorenese. Appena si seppe, a Pistoia, che il Granduca non era disposto a piegarsi alla volontà popolare e che era deciso ad abbandonare Firenze, la città s'irnbandierò: in mezzo all'esultanza generale, fu ricollocata sulla facciata del Palazzo Comunale la lapide commemorativa dei Pistoiesi morti a Curtatone, lapide che era stata abbattuta dall'esercito austriaco. I soldati fraternizzarono col popolo e cooperarono a distruggere gli stemmi granducali; di un subito scomparvero le sciarpe, le dragone, i nastri gialli che i soldati toscani di linea avevano indosso; non vi era palazzo, o casa di codino, che non avesse spiegato la bandiera tricolore, come pure ogni retrogrado si era munito di coccarda nazionale* Seguirono ancora giorni di gioia perchè tornavano dall'esilio o erano liberati dal carcere non pochi Pistoiesi. Eira ritornata la libertà, ma urgeva ora un grave problema. Che cosasi doveva fare? unirsi al Piemonte e alla dinastia sabauda vittoriosa e accedere all'idea dell'annessione, oppure caldeggiare, come non pochi volevano, l'autonomia toscana? Fu questo il dilemma che lasciò incerti e disorientati i più autorevoli nomini del tempo. Nel 1860 si parlò di Regno dell'Italia Centrale. Ne erano, tra gli altri, favo* revoli il Montanelli, il Parrà, il Capponi, il Mazzoni; l'agognavano, per i loro fini, i repubblicani, i reazionari, gli ambiziosi. In generale i Pistoiesi si tennero stretti intorno a Bettino Ricasoli. E questo è un altro titolo d'onore per essi, inquantochè rifuggirono in gran parte dal seguire la corrente che propendeva verso l'autonomia. E si pensi che, a causa delle prospere condizioni economiche della Toscana, non pochi erano i legami che tennero per tanto tempo avvinti i Toscani alla dinastia lorenese: perciò le discordie e le sette continuarono fino all'ultimo momento, proprio alla vigilia dell'annessione. Nella memorabile seduta segreta dell'Assemblea Toscana del 20 agosto 1859 fu approvata all'unanimità la proposta del marchese Girolamo Mansi che mirava a fissare le sorti della Toscana come parte del Regno italiano sotto lo scettro del Re Vittorio Emanuele. Uno dei firmatari fu un pistoiese di antichissima nobile famiglia, Gerolamo de' Rossi.
Il bel volume dello Zaccagnini si chiude con una silloge preziosa di lettere inedite provenienti in gran parte dalla Biblioteca Forteguerri di Pistoia, lettere che riflettono particolarmente il biennio 18481849. Sono di personaggi che ebbero parte notevole nelle cose pistoiesi. Tra le altre rivestono singoiar interesse quelle dirette al padre e alla madre da Alberto Bechclli, caduto eroicamente a Curtatone. Vi è descritta giorno per giorno la marcia del battaglione universitario per Pietrasanta, Carrara, Pontre-moli, Casalmaggiore, Reggio, Castellucchio, Bozzolo, Monteggiana. fino a Le Grazie.
Vi ai parla delle festose accoglienze fatte dalle popolazioni nei luoghi dove passarono, di qualche andirivieni che dovettero fare per l'imperizia del generale Ferrari, dello scontro con gli austriaci del 5 maggio, dello scoraggiamento che anche il Bechclli provò perchè ormai si credeva che non si fosse venuti per combattere. E ci fu un momento in cui il valoroso giovine pensò persino di andare a combattere piò utilmente nell'esercito piemontese. Commuovono anche oggi queste lettere calde e sincere, dettate da un cuor generoso, impaziente di esporsi al cimento, perchè (son sue parole) non bisogna esitare, quando la Patria lo vuole, a spargere per la di lei difesa tutto il noatro sangue, MASINO CIRÀVEONA