Rassegna storica del Risorgimento

DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; CAVOUR, CAMILLO BENSO DI ; SALMOUR,
anno <1943>   pagina <147>
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BH FONTI E MEMORIE IH
I GAVOUR E I BORBONI DI NAPOLI JÈ
LA MISSIONE SALMOUR
bell'aprile del 1859, mentre Cavour era alle prese con l'Austria, minacciosa e provocatrice, conia diplomazia europea che gli ingiungeva il disarmo, con Napoleone non ancor risoluto alla guerra, ebbe dal conte Giulio Figarolo di Gropello, incaricato d'affari sardo a Napoli, notizia di fermenti rivoluzionari nel reame, specialmente nella borghesia di pro­vincia, trattenuta dall'incertezza delle sorti interne e dal rigore ferreo della polizia. Aggiungeva che moniti dall'estero, specialmente dalla Francia, consigliavano che Napoli rimanesse quieta fino a quando non si fosse combattuto sul Ticino; in un secondo tempo sarebbero state proclamate la federazione e la nuova costituzione italiana, rivelando la impossibilità della coesistenza della dinastia borbonica, e questa sarebbe necessaria mente caduta.1)
Ma chi ne avrebbe raccolta la successione? Questo fu un altro grave pensiero che tormentò la già tanto tormentata mente di Cavour, il quale, per il momento, si decise di sostenere i Borboni temendo che la loro caduta potesse condurre il mezzogiorno in condizioni irrimedia bili per l'Italia. Egli diffidava dell'Inghilterra per le sue mire imperia­listiche nel Mediterraneo e perchè temeva pure che volesse acquistare nelle Due Sicilie un'influenza analoga a quella che aveva la Francia nel settentrione; diffidava di Napoleone, rammentando il desiderio manifestatogli a Plombières, d'insediare sul trono di Napoli Luciano Marat, figlio di Gioacchino, qualora i Borboni fossero caduti.a) Quindi il 17 aprile, proprio quando aspettava Vultimatum da Vienna, rispose al Gropello che non intendeva ingerirsi nella politica interna del reame, benché non nascondesse le proprie simpatie per le istituzioni da cui era retto il Piemonte, ma che avrebbe vivamente desiderato che
i) I rapporti del Gropello, di cui taluni soltanto citiamo, sono lapidari e rive­lano tuia non comune acutezza diplomatica, tanto che, come scrive il De Cesare (Lo fine d'un regnot Citta di Castello, 1911, parte I, p. IX), rammentano quelli degli ambasciatori veneti. Il giovane diplomatico (avevo allora trentadue anni) parve posto da Cavour come una sentinella avanzata a Napoli col mandato di far proseliti alla causo italiana rappresentata dal Piemonte e dalla monarchia liberale, cercando di radicare nella classe dirigente napoletana la convinzione che non si dovesse sperare ner l'Italia salute dai mazziniani, dai murattiani e tanto meno dai Borboni, ma solo da una più sicura e intima inteso col Piemonte.
*) Carteggio Cavour-Salmour, Bologna 1936, p. 205.