Rassegna storica del Risorgimento

DONADIO ANTONIO ; FERDINANDO II RE DELLE DUE SICILIE
anno <1943>   pagina <241>
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Una petizione a Ferdinando II di Borbone 241
non veder replicati gli atti contro Code D e contro gli altri tristi del nostro paese: atti per se stessi riprovevoli, ma i quali vengono giustificati perche non si fu a tempo ad accordare una moderata, o legale soddisfazione.
Accorrete in soccorso detta nostra patria sventurata, in soccorso della Vostra stessa Famiglia, e prevenite i giusti desideri di un popolo che, fatto audace dai felici successi, terminerà col formare la Vostra, e la nostra mina.
Che se il Ministero, facendo il sordo alle voci di tutti, vi nasconde ancora, forse per non dispiacervi, le vere intenzioni del popolo, io le renderò palesi.
Sire: i Napoletani desiderano alta testa del Governo uomini veramente Oberali, quelli, cioè, i quali, per- togliere la Patria dalla schiavitù in cut giaceva, hanno dissipato le loro sostanze: han versato il loro sangue: kan veduto morire tra le loro braccia i fratèlli e gli amici: hanno abbandonato le loro famiglie in potere de* loro stessi oppressori: sono stati incatenati come belve, e per miracolo non han finito la vita sul patibolo da' malfattori. Questi individui vuole il popolo, che regolino la somma degli affari, e i detti di costoro, e i lira consigli saranno ciecamente eseguiti, perchè chi volontariamente si sagrificava sul­l'altere della libertà non pub tradire i suoi fratelli, però impone loro un religioso rispetto, ed una cieca obbedienza. Componete dunque il Consiglio di Stato di questi uomini decisi, vigorosi, e che godono il favore detta pubblica opinione, e Vói vedrete terminati gli aggrup-pamenti, le voci sediziose, e quani'altro tende non dico a sovvertire l'ordine pubblico, ma a mantenerci inquieti e titubanti. E vi sono tra questi i più rari talenti, i cuori più ben formati, le più belle cognizioni per poter regolare con onestà, energia e sapere gl'interessi della Nazione. Vi è pure tra essi qualche testa veneranda da' capélli bianchi, di tanta esperienza, sapere, ed amor patrio piena, che sola basterebbe a regolare il timone della barca che nau­fragherà certamente nelle mani degli attuali timidi piloti. E questi serviran senza soldo, o Sire, né vogliate credere che coloro i quali sciuparono le loro sostanze a prò della Patria, nutrissero (sic) il vii pensiero di pretendere un soldo per consolidarne la libertà. Essi invece anelano il momento di ritirarsi in seno détte abbandonate famiglie per vivere quella vita pacificamente libera che si han procurata con tanti sagrifizii; e se rimangono ancora, sono obbligati dotte preghiere di tutti perchè in essi la patria ripone ogni sua fidanza.
Sire: la Nazione è in bisogno. Senza mezzi non si formano le armate: non si orga­nizza una guardia nazionale: non si promuovono le opere pubbliche: non si pensa atta pubblica istruzione: non si'soccorre la miseria. Ma il fare novelli débiti è un errore: noi non abbiamo bisogno di ricorrere allo straniero perchè c'impresti danaro con nostra estrema mina. Nel nostro Regno v'è immensa moneta, ma in mano di pochi, i quali non la possono mettere a profitto perchè mancano i fondi da potersi acquistare,perchè mancano le industrie per impiegar capitali, perchè agricoltura avvilita non presenta risorsa alcuna. Ecco donde nasce la smania del popolo per abbatterei Ministeri: essi dicono: i Monaci debbono avere fondi sterminati che non sanno e non possono coltivare, i danari dei cittadini non han dove impiegarsi, ed intanto lo Stato deve contrattar nuovi debiti po' suoi bisogni mandando
i) Mona. Celestino Code, il noto confessore di Ferdinando II, potentissimo fino alla vigilia del 1843, quando dallo stesso Re fu, insieme col ministro di polizia Del Corretto mandato in bando dal Regno vittima di espiazione, anche lui. offerta al popolo sùToltare delia paura, per dirla con Giuseppe Lo Farina (Storia d'Italia dal 1815 al 1850, 2* ed., MilanoTorino. 1861, vai, U, p. 146). Sulla sua cacciala dà. curiosi rag­guagli il Tofano, prefetto di polizia, che dove imbarcarlo per Malta, a Castell amare, ov'egli, Code, s'era rifugiato chiedendo asilo a quel vescovo, dopo aver peregrinato inviso a tutti e da tutti osteggiato da una provincia all'altra. (Cfr. CANTÙ, .<, dt II, p. 750).