Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOGRAFIA
anno <1943>   pagina <259>
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Libri e periadici 259
esisteva allora differenza tra dominazione nazionale e dominazione straniera; il pubblico non faceva differenza tra chi esigeva di meno e chi esigeva di più né sapeva considerare l'anormalità causata dalla guerra ivi guerreggiata. Ad aggravare la situazione soprav­venne per giunta la scarsità dei raccolti, e nel 1735 l'epizoozia, che dalle province di Verona e di Brescia si estese allo Stato di Milano. È ben vero che, ritornato il Milanese sotto l'Austria, le condizioni del paese peggiorarono, perchè i Milanesi furono sottopo­sti ad angherie insopportabili, ma solamente allora essi furono in grado di conoscere la realtà delle proprie condizioni, mentre nel breve tempo dell'occupazione sabauda l'opera del Re non era stata conosciuta essendo rimasta da loro in parte ignorata perchè non divenuta di pubblico dominio. I Milanesi infatti non conobbero*, per esempio, il tentativo disperato del Re per proteggerli finanziariamente quando, per evitar loro un aggravarsi del peso fiscale, propose all'alleato di cedergli per tutto l'anno 1734 la propria parte dell'aumento della diaria. E non si trattò di un bel gesto, ma di una proposta formale e quindi impegnativa.
Durante la lunga controversia, che non è qui il caso di ricordare nei suoi minuti particolari, talvolta il Re di Sardegna die prova di qualche incertezza, come quando egli propose all'alleato che l'amministrazione del paese occupato fosse assunta dal Governo di Francia, e quando permise che due ambasciatori della Congregazione di Stato si recassero a Parigi per implorare la revoca delle imposizioni tributarie da lui prescritte nella sua qualità di amministratore dello Stato, nel quale anzi esercitava oramai i poteri sovrani. (La delegazione non solo ebbe esito negativo, ma tanto il Re di Francia quanto il Cardinale ministro si rifiutarono di riceverla). Ma per lo più il Re di Sardegna manifestò durante l'attrito con la Corte francese un contegno fermo e deciso, senza però perdere mai la padronanza di sé; e ai lunghi memoriali dell'alleato contrappose memoriali minuti, redatti spesso in termini recisi e inequivocabili, nei quali protestava di inspirarsi sempre all'intento di soddisfare le esigenze dell'alleato senza dipartirsi da quei principi di giustizia che ogni sovrano deve aver di mira pro­porzionando alle possibilità del paese la misura dei tributi che vuole imporgli. Il Sai-sotto nel lucido studio premesso alla larga documentazione esprime l'opinione che la Corte francese, per mezzo del suo ministro, agisse in buona fede. Mi permetto di dissentire su questo punto dall'egregio autore. Non mancarono indubbiamente cir­costanze nelle quali dalla parte francese vi era pure qualche ragione; ma sta il fatto che il Fleury, che guidava allora la politica dell'alleato e con idee ben contrarie a quelle dello Chauvelin, si preoccupava assai poco del Piemonte* egli era tutto inteso alla ricerca di ogni mezzo per accostarsi a Carlo VE con il quale forte­mente desiderava venire ad un accordo completo allo scopo di impossessarsi della Lorena, il cui Duca era stato destinato come sposo a Maria Teresa. L'atteggia­mento antiaustriaco del Ministro di Francia non era che una lustra per mascherare i suoi recònditi fini. Anche le lettere che riporta il Salsotto, dirette al Re di Sardegna, le quali meriterebbero uno studio tutto particolare, sono al riguardo assai significa­tive: mentre il Cardinale si profonde in attestazioni di stima verso Carlo Emanuele IH (cenous aurons une joic parfaite de la continuation des succès, ausquels le courage et la condtute de V.M MajTè ont tant de part) e in assicurazioni della devozione verso di lui dell'esercito francese ( toujonrs preste à répandre son sang pour son service) sottomano permette che le truppe sue si comportino nel modo di cui abbiam fatto più avanti cenno, con un contegno condannato da tutti i cronisti del tempo con biasimo universale e continuo e con l'assenza di ogni minimo riguardo verso il Re, che era il capo dell'armata. Era d'altra parte la diplomazia del cardinale de Fleury: diplomazia sottile e astuta, ma il più delle volte disonesta, della quale diede singolarmente prova nella questione della prammatica sanzione, in cui il suo comportamento, come afferma il Duca De Broglio, che ne trattò ampiamente in un notevole articolo della Revue historigue di molti anni fa (1882, p. 281) è da giudicarsi ausai contraire au droit des gens qu'à requité uatuxelle. MABIND CIBAVEGNA