Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOGRAFIA
anno <1943>   pagina <261>
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Libri e periodici 261
manchevolezza è stata fino ad oggi risentita soprattutto per quanto concerne la pre­istoria di quell'irredentismo che nel quadro della storia contemporanea della Nazione riveste si peculiare importanza ed è al centro della politica italiana dalla breccia di Porta Pia all'intervento del 1915. Se al fenomeno irredentistico furono dedicati dili­genti e molteplici studi di ogni genere* non cosi si può dire per quanto si riferisce alle sue origini, che come nel resto d'Italia risalgono al primo apparire fra noi degli sbra­cati che il Bonaparte conduceva di vittoria in vittoria. Studi italiani su quell'ibrido conglomerato napoleonico a funzione di marca militare che furono le Provincie Illi­riche non ne abbiamo; perciò si può salutare con soddisfazione la lunga e concisa nota che lo Stefani ci fornisce sulle stesse e sugli uomini che ne furono gli esponenti, anzi­tutto quell'Angelo Calafati, barone dell'Impero e Intendente dell'Istria, di cui finora cosi poco si sapeva e che assurge ad una delle più rimarchevoli ed adamantine figure dei primordi del Risorgimento giuliano. Sfilano dinanzi a noi i governatori napoleonici Marmont, Bertrand, Junot e Fouché, quel Charles Nodier che dirige il Tégraphe Offi­ciai e grandeggia, collocata nella sua giusta luce, la complessa figura del difensore prin­cipe di Trieste, delle sue autonomie e della sua italianità, Domenico de Rossetti, lo sdegnoso antagonista dei taglieggiatori francesi, conculcatori di tutte le franchigie particolaristiche cittadine. E lo Stefani dimostra che quel padre della Patria triestino fu uomo del Risorgimento.
Sui due primi decenni poi della Restaurazione eccezione fatta delle pubblica­zioni di Silvio Mitis e di Attilio Tamaro poco o nulla si conosceva con esattezza e perciò non si potevano spiegare gli avvenimenti che seguirono. Occorre spesso di veder confermata dall'autorità di storici, anche valorosi, la leggenda che Trieste, sino al Quarantotto, era stata un indifferente nido di pace lontano dalle rivoluzioni e competi­zioni che sconvolsero l'antico ordine delle cose, dedita solo ai traffici e all'opportuni­stico e prosaico quieto vivere, immune dal lavorìo delle sette e dalle aspirazioni sorgenti rigogliose nel resto d'Italia. È merito precipuo dello Stefani di aver fatto piazza pulita di questa tesi come di tante altre e il fatto stesso della loro erroneità ci dimostra come la storia di Trieste debba essere sottoposta ad una radicale opera di revisione nei documenti e di rivalutazione nelle conclusioni.
La città di S. Giusto, malgrado la sua appartenenza a Casa d'Austria sin dal lon­tano 1382, malgrado che al rango di città e di emporio sia stata portata da Carlo VI e dalla grande Moria Teresa, che fu la sua vera creatrice, malgrado l'afflusso delle genti più disparate chiamate qui dal miraggio dei facili guadagni, subì, rispetto al movimento unitario, la stessa legge delle altre città della penisola. Perciò negli albori della Restaurazione Trieste fu un crogiuolo di tendenze e di fermenti liberali, un ricet­tacolo di bonapartisti, di falliti politicanti e settari che qui si rifugiarono e complot­tarono all'ombra del portofronco. A Trieste ebbero diramazioni tutte le società segrete ed a più riprese la Carboneria vi piantò le sue Vendite, delle quali, nella pubblicazione in esame, abbiamo le prime vere prove documentarie. Grazie olla numerosa e ricca colonia ellenica, fece capo a Trieste il movimento per l'indipendenza della Grecia e sin dal 1814 vi ebbero propaggini l'Eteria e adepti i Eilomusi. Napoleonidi ed esuli fran­cesi, vinti della naufragata insurrezione greca, come il principe Michele Suzzo, l'af­fluire di emigrati da ogni parte d'Italia e d'Europa, alimentarono e tennero alta la fiaccola del rivoluzion ariamo nella Trieste delusa dopo i primi entusiasmi della Restau­razione per l'infelice politica seguita dalla Corte di Vienna e tendente all'assimilazione pura e semplice della città nel nesso dei paesi ereditari austriaci. E vero bensì che a Trieste il movimento unitario venne a rilento e che il Quarantotto trovò la città non completamente preparata ad ardue iniziative; ma esattamente lo Stefani rileva che le cause del fenomeno sono appunto da ricercarsi nei primi trent'anni dopo la Restaurazione, essendo per cause complesse mancati all'ambiente politico cittadino la possibilità delia polemica, lo scontro delle antitesi, il prestigio che proviene dalla persecuzione*