Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOGRAFIA
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1943
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pagina
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266
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266 Libri e periodici
scriverà che i sacerdoti italiani non si mossero dal territorio invaso ce risoluti di tenere ad ogni costo la posizione finché rimaneva un bambino, un vecchio, un italiano da tutelare, una sacra memoria da vigilare.
Da quel giorno tutti, dal più umile prete fino ai vescovi, si dedicarono completamente ali opera di assistenza, materiale e spirituale, delle popolazioni, assistenza nella quale la carità cristiana si univa all'amor patrio e il sacerdote di Cristo si sentiva anche cittadino italiano.
Essendo il clero la sola classe dirigente in grado di assumere un ruolo importante nella vita civile e sociale dei paesi invasi, quasi ovunque a coprire il posto di podestà o di sindaco vennero chiamati sacerdoti, i quali accettarono la carica più onerosa che onorifica. Come capi dei Comuni essi potevano assumere ufficialmente la difesa delle popolazioni di fronte all'autorità militare e a quella civile. Una difesa non facile, perchè si trattava di salvare con tutti i mezzi le scarse risorse della popolazione, contro le necessità urgenti ed impellenti dell'esercito austriaco. E poiché a questi preti mancava la forza materiale, e dovevano affidarsi alla condiscendenza delle autorità militari, essi misero in moto tutte le risorse e tutti gli espedienti Buggeriti da uno spirito aguzzato dal bisogno.
In questa azione ciascuno segue il suo temperamento e così ci incontriamo nei più diversi anzi opposti, come nel caso di Don Tito Trombetta e di Mons. Valentino Liva.
Il primo fisicamente si presenta piuttosto male: uno e cinquanta d'altezza, mezzo quintale di ossa, come egli si autodefinisce; ma in compenso ha l'argento vivo addosso* è in continuo movimento colle gambe e collo spirito, e non si stanca mai né di camminare uè di inventare espedienti. Tutta la sua opera è un continuo rischio, ma affronta tutti i pericoli, non si scoraggia mai, e con la presenza di spirito riesce a superare le situazioni più gravi e ad evitare le requisizioni. L'ottimo servizio di informazioni che ìia organizzato gli permette di salvare dalla requisizione tutto il rame della regione da lai amministrate. Ma non sempre arride il successo, e allora sopraggiunge lo scoramento e lo sconforto: di breve durata, però, perchè uno dei compili del sacerdote è quello di tener alto anche il morale delle popolazioni, e Don Trombetta spera ostina-* tamente. Come i suoi colleghi, come la popolazione, si arrabbia e sta in ansia per i successi austriaci e se la prende con quelli che li credono definitivi, e studia sul volto e sulla condotta dei nemici i segni del loro scoraggiamento, e dopo la loro sconfitta esclama: Ah, valeva la pena di vivere dodici mesi di martirio per godere ed assaporare in tutta la sua bellezza e grandiosità il gloriosissimo ritorno dei nostri benedetti soldati e l'auspicatissima liberazione dai nemici che tutto ci avevano carpito fuorché l'amore incrollabile per l'Italia e la incrollabile speranza nel suo trionfo.
Mentre Don Trombetta vive alla giornata e di espedienti Mons. Liva, uomo calmo e ordinato e sistematico, predispone tutto meticolosamente, senza lasciar nulla al caso e all'imprevisto. Con le autorità di occupazione intrattiene un nutritissimo carteggio, che è una continua protesta, in nome del buon senso, della logica, dell'interesse delle popolazioni e dello stesso esercito occupante. E in questa protesta non si arresta davanti a nessuna autorità, non esita a ricorrere alla stessa madre dell'imperatore o al Nunzio pontificio, oppure ad invocare perfino le convenzioni dell'Aja, di cui è riuscito a procurarsi un esemplare.
Ma non ei ferma qui: in basso egli provvede a dare tutte le disposizioni opportune per assicurare ai suoi amministrati tutto quello che è possibile, e riesce ad assicurare un vasto e ben congegnato sistema di scambi, che assicura costantemente al suo distretto i mezzi indispensabili per vivere. La sua Commissione di approvvigionamento e il suo magazzino gli permettono di mantenere sempre la razione di pane a 200 grammi al giorno. In caso di bisogno il bravo Mons. Liva si improvvisa anche consulente tecnico. In previsione di quello che poteva succedere in giugno scrive ai suoi carissimi amici: e Ecco che cosa farete voi (e istruirete gli altri a fare così) per la preservazione del frumento: riscalderete al fuoco una caldaia di rame vuota; riscaldata bene la riempirete di grano, che rimescolerete, finché vi si essiccherà. Introdurrete il grano