Rassegna storica del Risorgimento
AZEGLIO, MASSIMO TAPARELLI D'
anno
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1943
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pagina
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396
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996
Alberto M. Ghisallmrti,
Accuse di incapacità, di dappocaggine e, addirittura, di insensibilità morale ai sono alternato in passato ad altre di austriacantismo, se non di tradimento verso l'Italia, e si Bono invocate frustate e ci si è rallegrati di presunte lezioni inflitte dal giovane Re al suo impenitente ministro, che gli preparava tra abbozzi di teste animalesche e di guerrieri in costume quei discorsi della Corona, che Vittorio Emanuele II leggeva con tanto gusto senza trovar modo di mutarci una sillaba. 0
Ire e incomprensioni giustificabili di contemporanei, ai quali riusciva difficile rendersi esatto conto, nell'ardore della passione e della polemica di porte, dei moventi e delle ragioni di determinati atteggiamenti. Ma non sono anche mancate all'Azeglio ire politiche d'oltretomba , o, per lo meno, singolari deplorazioni intorno a particolari aspetti e momenti della sua vita privata e pubblica, come è avvenuto con il ricordato Bollea e col padre Rùderi.
Ora, se è giusta, sacrosantamente giusta, ogni reazione alla inintelligente e pericolosa idolatria degli agiografi per partito preso e apprezzabile e doveroso ogni tentativo di far luce migliore su uomini, idee e fatti per meglio intendere e inquadrare gli uni e le altre, occorre, però (siamo qui d'accordo con M. de La Polisse), che la critica sia critica storica e non sfogo partigiano, o resurrezione, o travestimento di antichi pregiudizi e di antiche incomprensioni. E già cosi seminato di male erbe il campo della storiografia del Risorgimento da parte di chi esprime timori esagerati sulla pubblicazione integrale dei documenti, o da chi lancia scomuniche laiche contro quanti sono accusati di far la storia dell'ontirisorgimcnto, che non c'è proprio ragione torniamo a ripetere di aggiungere esca al fuoco con inutili atteggiamenti di astiosità polemica.
H buon senso ammonisce di guardarsi dalle esagerazioni (e il buon senso, anche se proprio non lo si voglia far di nuovo caposcuola, è pur sempre da tenere in qualche conto), soprattutto nel campo storiografico, dove la tentazione di scoprire tutti i momenti l'America rinasce, come abbiamo detto altrove, ad ogni documento nuovo che ti salta fuori.
Così, anche per l'Azeglio, non ripetiamo l'ingenuo errore di far tabula rosa di quanto fu prima detto di lui solo perchè in tempi più recenti qualche scrittore s'è messo a tirar fieri colpi sul suo ritratto tradizionale. Qualche frase ardita, o, peggio, addirittura sconveniente, qualche appassionato e, magari, troppo ingiusto giudizio su nomini del suo tempo, ed anche diciamolo pure a rischio di scandalizzare i bolleiani in ritardo qualche figlio naturale in più, non bastano a far dimenticare quello che l'Azeglio opere per l'Italia. Pericolosi gli agiografi ad ogni costo, ma non meno pericolosi gli iconoclasti ad ogni costo. Nevio ha scritto, è vero :
Etiam qui res magna* menai saepe gessit gloriosa,
euìus facto viva nane vlgent, giti apud gente* solus praestatt
ourn nUius pater cum pallio uno ab amica abduxit,
ma Scipione cesserà per questo di essere Scipione ?
3} Dall'cHame degli autografi azegliani dei vari discorsi della Corona non appare che il Re li abbia proprio minutamente rivisti,, meditati, corretti, come afferma F. COGNASSO nel suo ottimo volume Vittorio Emanuele //> Torino, 1942, p. 38. Piuttosto, riconoscendosi più ignorante del suo carissimo amico, si sentiva obbligato od abbattere la testa e ad abbandonare l'impresa, come scriveva all'Azeglio per il discorso del 30 luglio 1R49 (cr.s COONABAO, op, et., p. 40).