Rassegna storica del Risorgimento

VENTURINI ARISTIDE ; SAFFI AURELIO
anno <1943>   pagina <417>
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Libri e periodici 417
SILVIO BELLICO, La Mie Prigioni. [Introduzione e noto] u cura di MIMMO STERPA, Firenze, La Nuova Italia ed., 1938, in 8, pp. XX-243, con tavole.
11 grande amore, che sempre nutrimmo per quel magnifico esempio di vera giu­risprudenza evangelica, che sono Le Alio Prigioni; la profonda e devota'e commossa venerazione, che sempre coltivammo per l'angelica e candida figura del Pellico, tem­pra magnifica dì piissimo credente e di vero italiano, ci spronarono con foga incalzante a prender tra mano, a legger di nuovo, a meditare in lungo e laborioso abbandono, quelle limpide nostalgiche e gentili pagine col conforto caldo e la guida sicura d'un Commento, che non sapremmo proprio dir ottimo, ma che certo non manca d'una qualche rispondenza.
Il quadro, che lo Sterpa delinea ben lieto e smagliante di tinte avvincenti e vivaci, quadro cui non fan difetto abili tocchi, e riuscite esperienze di tecnica nuova e felice, non può certamente dirsi al tutto riuscito e completo per quanto ai piani ultimi e fondamentali, alla regia generale, all'insieme scenografico si riferisce.
Ne viene, cosi, in chi legge ed anatomizza con assoluta intransigenza ed onestà di metodo, col desiderio più vivo di mettere lealmente in rilievo il bene ed il male, il buono ed il riprovevole, il chiaro e l'oscuro delle pagine porte a giudizio, disagio irrefrenabile e fatale malessere. A nessuno, infatti, che pur con un minimo di dirittura e di equilibrio, oltre che di nette conoscenze, proceda ad accurata disamina del Com­mento in questione, può sfuggire il profondo divario, che passa fra lo spirito di pul­sante ed integrale cattolicismo, che avviva ed incomparabilmente adorna lo scritto autobiografico del Pellico, ed i freddi schemi di vuota e vaga religiosità, in cui lo Sterpa vorrebbe ad ogni costo, ed in nome di ben incerti ed arbitrari canoni artistici, farlo miseramente rientrare.
Gli è che l'esimio A. non comprende, o, forse, mostra di non comprendere, come tanti altri, del resto, ed ormai da troppo tempo, le vere origini, pur così note, la vera essenza, pur cosi evidente, i veri obiettivi, pur cosi perspicui, dell'aureo libretto, che, non a torto certamente, va considerato pratica e mirabile e delicatissima csempli-ficazioue delle grandi, e sublimi, e rigide massime del De Imitatione Christi. Prendendo agilmente le mosse, fra l'altro, da categorici, ma non molto felici giudizi a sfondo filosofico ed artistico, e del Mazzini, e del De Sanctis ( Mi noia diceva il Mazzini riferendosi al Pellico quel suo continuo predicare rassegnazione ed inerzia alla gioventù, risultato ultimo di tutte le còse sue. Il De Sanctis leggiamo nel Com­mento notava che ne -Le Mie Prigioni la verità è inferiore alla poesia, che il Pellico la sua realtà non l'ha idealizzata... Gran parte della causa di ciò il De Sanctis attri­buiva a quella specie di atarassia, che derivava a Silvio Pellico dalla religione, la quale invero contribuiva a dare olle sue visioni non ìl colore ricco e vario del paesaggio, ma quello povero e stanco della pianura uniforme, senza rilievi, senza temi), sfodera lo Sterpa e generosamente scodella con elegante spigliatezza, con olimpica serenità, lunga e monotona serie di cattedratiche e gravi oifermazioni, aventi tutte, presso a poco, Io stile ed il tono di quelle, che a non inutile caratterizzazione del nuovo e, sotto altri aspetti, pur commendevole scritto, sentiamo preciso dovere di largamente ripor­tare. Ci attrae dice egli in questo libro non soltanto quel che c'è di arte, ma quel respiro di fede e di religione che lo pervade arieggiandolo, e a cui nessuno può essere indifferente. Questo respiro di fede religiosa trascende, nella totalità (?) del libro, la religione propriamente cristiana, dottrinaria, in cui pure il Pellico così sposso indugia. Se le memorie del Salnzzesc fossero aperte, soltanto alla religione dottrinaria, non avrebbero più nesstin'ceo, apparterrebbero. al genere anonimo, senza luce e calore, dei catechismi cattolici. Ed ancora, calcando con beata noncuranza le tinte: In qualche capitolo (?) delle Mie Prigioni, specie nei dodici aggiunti, la religione del Pellico invece che esaltazione è avvilimento, e siamo costretti a concludere che le idee del Pellico non possono accettarsi.
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