Rassegna storica del Risorgimento

VENTURINI ARISTIDE ; SAFFI AURELIO
anno <1943>   pagina <420>
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420 Libri e periodici
io, ridendo dei buffoneschi biasimi, e tutti hanno finito per approvarmi, eccetto (aie-come è naturale) il Governa austriaco, e que' pochi ragazzacci delia Giovine Italia. Di qua caricature della sapienza democratica, di là caricature della sapienza monar­chica. D mio dovere si è di non piacere né all'uno né all'altro, ma di stare con Dio e far tranquillamente la mia strada.
Per quel che poi direttamente riguarda origine, intima costituzione, obiettivi dell'opera, basti, per ora, riandare a passaggi sul tipo e sul tono di quelli che seguono. Scriveva il Pellico dal carcere ai genitori (23 febbraio 1822): Tutti i mali mi sono diventati leggieri, dacché ho acquistato qui il massimo dei beni, la Religione, che il turbine del mondo m'aveva quasi rapito. E molti anni più tardi al Balbo: Soste­niamo ed in prosa ed in versi la causa dei ben sentimenti e della verità, secondo le notre forze. Io che le ho piccolissime, non mi credo perciò esente dal dovere di con­tribuire, come meglio posso, a nobilitare la letteratura, portandovi un'ispirazione cristiana. Ed ancora allo stesso nel novembre 1832 a proposito de Le Mìe Prigioni: Ne ho ricevuto elogi grandi da taluni ch'erano o si credevano irreligiosi, e mi dissero avere scoperto di essere cristiani. Ciò mi fa gran piacere, lo confesso. Or niuno (le) leggesse più ho già raccolto più frutto che non ne era degno. E davvero ne bene­dico il Signore ! Taluni mi dicono che ho parlato di religione con inopportuna sovrab­bondanza; ma io che conosco la nullità di questo mio volume, come erudizione lette­raria, credo che se in generale non dispiace, sia appunto perchè, non già io, ma la religione ivi dice qualche cosa ai cuori che l'amano. Ed infine al Maroncelli: Io nelle mie Memorie ho pubblicata la storia, meno qualche lacuna, di ciò che soffersi in dieci anni di carcere, ma non mi lascio sfuggire parole di diretto rimprovero a chi ci trattò con sì spaventosa ira. Operai così, e per non esacerbare il potente contro i nostri compagni, e perchè sono persuaso che anche la spaventosa ira d'un potente ha circostanze che la scusano, non si sa fino a qua 1 segno .
Ce n'è anche di troppo per lumeggiare eloquentemente il carattere profonda­mente e genuinamente religioso e cristiano del libro, che, come altri molto bene osser­vava, e malgrado tutte le riserve dello Sterpa, ed alcune pecche di forma, possiede, tutti i requisiti dell'opera d'arte. Non per nulla ebbe successo paragonabile solo a quello dei Promessi Sposivi e non per nulla sosteneva il D'Ovidio trattarsi di vero capolavoro, e non si peritava di ripetere con simpatica e calda enfasi: Sì, un capo­lavoro, un capolavoro: soprattutto bella prosa italiana, così povera allora, così poco ricca anche adesso [1898], di libri interessanti e piani. Fino al sesto decennio di questo secolo, se una donna o un giovinetto o uno straniero chiedeva a un letterato quale libro italiano potesse leggere, la risposta era: i Promessi Sposi e le Mie Prigionia e poco altro ei poteva stentatamente aggiungere. Oggi la lista possiamo farla un tantino più lunga, ma quei due libri restano sempre in capite: se siamo sinceri, si intende. pA0L0 DAMIA TORRE
PIERO ZAMA. Don Giovanni Verità prete garibaldino Firenze, Marzocco [1942-XX], in 8, pp. XII-352, con ili. L. 25.
Letture antiche, ormai, di trent'anni in quella economica edizione del Gherardi, ohe senza far concorrenza alle eleganti copertine del Laterza e senza anticipare colle* zioni nazionali, ti dava, a due e cinquanta il volume, le pagine più significative di Oriani, tornano questa sera alla memoria. E riprendo le vecchio pagine e rintraccio su quei fogli di solida, carta i segni rossi che dovevano servirmi a ricordare meglio i passi che allora colpivano maggiormente lo studentello di terza liceale. E ritrovo in Fino a Dogali l'accusa alla borghesia italiana nutrita.'più di rottorica che di scienza, e un poco curvo, semplice ed ingenuo come in quell'istante nel quale rischiando la propria vita si era appena accorto del pericolo, mi viene incontro don Giovanni Verità col suo bel volto nero di contadino dai lineamenti angolosi, livido in quel, momento