Rassegna storica del Risorgimento

POERIO CARLO
anno <1943>   pagina <497>
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Mentre un régno finiva, ecc. 497
dal Ibisco, il Poerio indicherà addirittura i nomi dei candidaii elle egli raccomanda per le elesioni intese come un estremo rimedio iu disperazione di ogni altro mezzo più efficace, più generoso per dimostrare al mondo che il Paese intende seriamente di ridi­venire italiano: bisogna, egli esorta, non chiudersi nelle grettezze municipali: i candi­dati delle popolazioni napoletane siano i più illustri italiani, Garibaldi, Cavour, Farmi. Azeglio, Ricasoli. L'identico concetto, la medesima deplorazione delle grettezze mu­nicipali la stessa indicazione di quei cinque nomi gloriosi collocati perfino nell'iden­tico ordine, il Poerio ribadisce in un'altra lettera del giorno successivo 24 agosto, edita dal Ciavarelli: *) il che dimostra non soltanto la fermezza di questa idea del Poerio, ma la sua attività nel l'adoperarsi con la propaganda epistolare e farla tradurre in realtà.
Come e ben noto né l'opera degli emissari di Cavour né l'attività degli amici che il Poerio assiduamente incitava valsero a fare insorgere Napoli. Si sono però mosse le Provincie, Garibaldi avanza rapidamente, la situazione precipita ed è ormai evidente che il Duce dei Mille sta per divenire l'arbitro nella Capitale del Mezzogiorno. La let­tera che il Poerio scriveva il 31 agosto al Ranieri -) mostra come, già prima che Gari­baldi entrasse a Napoli egli si preoccupava che l'annessione seguisse prontamente, che il nuovo Governo si costituisse in modo da dare garanzie sicure, che l'elemento mazzi­niano non traversasse il cammino che doveva condurre alla sospirata unità sotto Vittorio Emanuele.
Le preoccupazioni del Poerio crebbero dopo i primi giorni di dittatura di Gari­baldi a Napoli. L'altra lettera che egli scrisse al Ranieri il 14 settembre 3) le mostra palesemente: in essa sono esposte le ragioni per le quali reputava indispensabile che il Dittatore dopo avere operato cosi eccelse cose sentisse l'obbligo sacro di rinunciare a quella piena libertà d'azione che poteva avere avuta dapprima, ma che ora doveva essere necessariamente subordinata alle direttive generali della politica nazionale delle quali solamente al Piemonte ed al suo Governo dovevano spettare l'onere e le responsabilità dopo lo sconfinamento nelle Marche e nell'Umbria.
La settima lettera che io pubblico quella del 1S settembre diretta a Nicola Nisco che era a Firenzeattesta ancor più esplicitamente, e anche più rudemente, le preoccupazioni del Poerio per lo stato di cose determinatosi a Napoli subito dopo l'entrata del Dittatore, e, altresì, il suo aperto dissenso da quella situazione della quale vedeva con ansia il grave pericolo.
L'influenza accaparrata da Liborio Romano suscita il suo sdegno, e lo spadro­neggiare del esinedrio mazziniano, che gli aveva ispirato le decise dichiarazioni antimazziniane nella lettera del giorno prima al Ranieri, e motivo per lui di cruccio e di apprensione.
riterbatissima
'"** , ** Torino, 15 settembre 1860
Mio caratano Lampare,
Scota il ritardo, ma poiché mi domandavi un consiglio in ajj'are si grave, ho voluto prima raccoglierà gli opportuni dementi per formarmi un giudizio esatto, e poter quindi dare un avvito. Ora ecco quello che ho potuto ricavare dalle lettere di Napoli, e da* colloqui­
li CIAVARKEXL, cit., pp. 17-18. Ed anche in fatto di elezioni il pensiero del Poerio collimava sostanzialmente con quello espresso da Silvio Spaventa nella giù ricordata lettera del 9 luglio.
2) Pubblicata dal Mo romàni nella cit. Nuova Antologia a p. 289.
a) JMA, p, 291.