Rassegna storica del Risorgimento

POERIO CARLO
anno <1943>   pagina <503>
immagine non disponibile

Mentre un regno finiva, ecc. 503
Le nove lettere qui pubblicate, a prescindere dalla loro importanza politica che ho cercato, sia pur brevemente, di segnalare mi appaiono interessanti per la compiuta biografia, non ancora scritta, di Carlo Poerio.
Al principio del 1860 egli a stato in grave pericolo di vitaJ) e il 10 marzo, appena alzato dal letto, scrivevo: Sono ridotto un cencio e la mia convalescenza sarà lunga e penosa. 2) Pochi mesi dopo Cavour scriveva ad Emanuele d'Azeglio che il Poerio non aveva voluto accettare la nomina a ministro perchè la sua salute era ttmjouxs chaneelantc .3)
Era quindi lecito credere che in questi mesi avesse potuto essere ben scarsa la sua azione politica, tanto è vero che lo stesso Del Giudice, che finora si può reputare il suo più accurato biografo, dedica soltanto poche righe della p. 58 alla sua attività nella prima metà del 1860 e, dopo aver ricordato il discorso del 29 giugno alla Camera Subalpina, aggiunge che ce può considerarsi come il canto del cigno di Carlo Poerio la cui figura, poi, quasi scompare dalla scena politica.
Le lettere pubblicate dalla Pironti e dal Moroncini molti anni dopo lo scritto del Del Giudice e quelle che a me è stato dato di fare qui conoscere, dimostrano, invece, che il discorso del 29 giugno non fu il canto del cigno del magnanimo patriotta che seppe ancora trovare la forza di dare opera, intelletto e passione al compimento dei destini d'Italia.
Segnalarle all'attenzione ed alla gratitudine degli italiani era dunque anche opera di giustizia.
Sappiamo, purtroppo, quante inique amarezze abbiano contristato la vita di quest'uomo che doveva essere sacro alla Patria per l'inenarrabile martirio per essa stoicamente e fecondamente sofferto. Divenuto inviso ai suoi conterranei perchè male interpretarono il suo ripetuto rifiuto ad essere ministro e lo giudicarono, perchè non si piegava a procacciare e distribuire favori, noncurante della tutela degli interessi del Mezzogiorno; vilipeso sconciamente dal Petruccelli della Gattina che, per antico astio, lo rappresentava come un rudere vetusto smidollato e senza cervello; quasi irriso come il capo del gruppo dei martiri in Parlamento; *) abbandonato dagli elettori di un collegio della sua città dopo che nella lotta elettorale lo si era nei pubblici mani­festi additato come la vergogna di Napoli; non equamente compreso neppure da taluno dei più intimi amici e compagni di martirio se Silvio Spaventa, sia pure scher­zosamente, chiamava un vivere alla Poerio, l'oziare, il divertirsi, il veder molta gente e il mangiare molti buoni pranzi; s) ben s'intende che la sua fibra, minata dalle torture patite negli ergastoli borbonici, non abbia resistito, come fu detto dopo la sua morte, ai patimenti morali inflittigli dalla umana ingiustizia.
Ben è vero che di lui, dopo la morte, si scrissero e si pronunciarono da molti parole di adeguato riconoscimento e di doverosa riparazione: e, per non dire delle lodi del Massari, del De Simone e del Mari, dei giudizi di coetanei come il Gastromediano e la
1) Cfr. la lettera del Castromcdiono alla zia baronessa Rizzi Ulmo, del 3 marzo, in CiAVAKEftU, cii., pp. 13-14.
2) DEL GIUDICE, / Fratelli Potino, Torino, 1899, p. 65.
3) La lettera, compresa nel noto volume di N. Bianchi, è stata riprodotta dallo itesBO Del Giudice a p. 59.
*) Cfr. ARRIGHI, / 450 deputati* III, n. 95.
s) Vedi ìa lettera, che è del 9 febbraio 1866, di Silvio al fratello Bertrando Spaventa in Lettere polìtiche, Bari, Laterza, .1926, p. 91.