Rassegna storica del Risorgimento
POERIO CARLO
anno
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1943
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pagina
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505
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LIBRI E PERIODICI
GIACOMO BAVARESE, Tra rivoluzioni e reazioni. Ricordi su Giuseppe Zurlo (1759-1828) a cura di ALDO ROMANO; Torino, Einaudi, 1941, in 16, pp. XI-135. (Saggi, XXIX).
Una delle maggiori difficoltà, cne ritardarono, di circa mezzo secolo, l'esito positivo dei non pochi moti sociali e politici, che percorsero il corpo vibratile delle popolazioni dell'Italia meridionale dal 1799 in poi, fa, senza dubbio, la mancanza di una classe dirigente appropriata alla direzione e alla coordinazione degli scomposti conati verso una meta decisamente segnata. Non che l'incertezza delle mete non sia stata, in fondo, conseguenza e segno di più oscuri e radicati contrasti; ma pure è certo che "intesa fra le masse e gli uomini rappresentativi fu, nei regno napoletano, assai più lenta e irritata che nel resto dell'Italia risorgimentistica. Prova, se mai altra, del persistere del disaccordo, Io scoppio della controrivoluzione rurale, prima ancora delia battaglia del Volturno e del ritorno al potere degli esuli di parte nazionale e liberale. Del che, abitualmente, si fa colpa alla scarsa educazione politica delle plebi, al relativo disprezzo in che le ebbero i più fra i capi rivoluzionari, alla repentina frattura di sistemi legislativi radicati,, da secoli, nella coscienza popolare, alla mancata soluzione di problemi economici e sociali, più urgenti, in quella coscienza, che non le aspirazioni a mutamenti dinastici e costituzionali.
Tutte cose vere, anche queste, ma che spiegano il fatto solo a metà, come se alla incomprensione popolare dei disegni dei patriotti non facesse riscontro, appunto, la mediocre intelligenza, da parte di questi, dei problemi concreti del paese. Anzi, nella polemica, che più tardi divise gli antichi compagni di fede e di azione del 1820 e del 1848, questa inintelligenza ricorre come un motivo di reciproca accusa, e spunto di critica dell'ideologia in nome di una tecnica e di una saviezza amministrativa. Specialmente in quelli, che, per la loro persistente ostilità al fatto unitario compiuto, assunsero, in certo modo, veste, ed ebbero, per convenzione degli avversari, nome di postumi reazionari, quella critica e quelle proclamazioni di principio si ammantano del prestigio di una tradizione culturale paesana, fondata nella concezione storica del Vico e della sua tarda scuolal
U prestigio e l'effettuale superiorità filosofica del pensiero vichiano hanno fatto, naturalmente, colpo su gli storici più recenti, voglio dire su quanti, a cominciare dat-l'Anzilotti, dal de Ruggiero, a finire ai giovanissimi, hanno lavorato sotto l'influsso della rivalutazione di quel pensiero operata nella cultura filosofica italiana dai maestri del primo decennio del secolo ventesimo.
La verità, invece, vuole che si vada assai piò guardinghi in siffatta materia. Storicismo e tradizionalismo non sono esattamente la stessa cosa. La Restaurazione, a esempio, quando non la si voglia né si deve considerare come bruto ritorno alle forme politiche del passato, è proprio, nel linguaggio degli stessi suoi fautori, la ripresa del diritto storico su quello rivoluzionario. Che poi, allo stringer dei fatti, significasse quella rivendicazione di storicità non è mestieri avvertire ai nostri esperti lettori.
Cosi, quando, in altro piano, dopo il 1860, un Persico, un Cenni, due Sa va rese consigliano maggiore aderenza ai bisogni storici del paese, e cautele sulla via delle innovazioni, ci si fa lecito il sospetto che essi non vedano, in fondo, più ampio valore nel fatto politico che quello semplicemente amministrativo ; onde, rovesciati i termini, li si vede anch'essi sfociare in teoriche e teoriche, tutl'altro che aderenti all'ora e ai suoi problemi, valide, come, e forse meno, le avverse dei rivoluzionari. Riflessi, insomma, di mentalità illuministico, riformatrice; avanzi di un'educazione politica del miglior Settecento napoletano; e forse, ancor più, di un modo tradizionale di
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