Rassegna storica del Risorgimento
POERIO CARLO
anno
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1943
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pagina
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507
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Libri e periodici 507
felice, che pareva destinato ad eternità, ed è scomparso con assai più rapidità che il Savarese e i suoi buoni vecchi amici non potessero prevedere.
Per qualche anno, la crìtica del Savarese al nuovo regime si mantenne entro i limiti dì una puntuale verifica degli errori del governo in fatto di economia e di finanza. Poi, i tempi volavano. La società volgeva rapidamente verso una dura etica industriale. Il nostro era stanco di seguirla, acuto censore, su quella che gli sembrava rovinosissima china. H suo ideale era irripetibile, nn ricordo, null'altro. E allora, come appunto ri dice nella breve premessa a queste memorie, lo prese per quello che era, nn suo nostalgico ritorno ai sogni della giovinezza, uno sfogo dell'anima, e per questo suo solitario sfogo, senza speranza di essere compreso dai contemporanei, egli scrisse queste commosse pagine di rievocazione della spenta società di gentiluomini, nella quale, più alta e significativa apparizione, era fiorita la figura di Giuseppe Zurlo.
Giuseppe Zurlo ! non più che nn burocrate. E se n'è accorta anche una modestissima studiosa, la Garofalo, la sola che, in tempi recenti, gli ha dedicata qualche ancor più monca ed elementare ricerca. Ma un burocrate, che, per uno strano giuoco della prospettiva morale delle masse, diventò segnacolo in vessillo di rivoluzione e di reazione, secondo un giro di umori, al quale, in coscienza, la sua anima restò estranea. È una singolare avventura la sua, che non si spiega senza quelle premesse, che abbiamo accennate, della mancanza di una vera classe politica dirigente, del bisogno dei rivoluzionari di rimettere la loro causa nella mano di un competente, con quelle conseguenze di reciproca incomprensione, e di alti e bassi nel favore della Corte o della piazza, che afflissero l'anima sensitiva di un uomo, tanto mediocre, quanto onesto.
Senza lo scandalo parlamentare del 1821, il nome di Giuseppe Zurlo non sarebbe rientrato nelle storie. L'odio dei Carbonari, che si credettero da lui traditi, il processo, le polemiche, tutto questo giovò a promuovere una ricerca del suo passato, degli episodi della sua varia fortuna, nei quali si volevano riconoscere i tratti annunciatori del suo tradimento. Sin allora i contemporanei non avevano dato troppo peso alla figura dell'incauto finanziere, che aveva provocato, o subito, il crak del 1803. Certo, nei suoi modi doveva essere alcunché di ambiguo, se anche nel 1799 era stato ugualmente sospettato da giacobini e da borbonici. Ma era, la sua, l'ambiguità dell'alto funzionario, che, pronto a servire il padrone, senza discrezione di tinte, cela nell'impenetrabile uniformità del costume amministrativo, i suoi riposti pensieri. E sua era, appunto, la caratteristica fede dell'uomo di ufficio nella superiorità del congegno statale, organicamente soldo, sulle mobili persuasioni delle masse e i vagheggiamenti aerei dei solitari utopisti. Un servitore indefesso di questa fede, come lo mostrano le innumerevoli fatiche prestate negli uffici tenuti nell'età murai:liana, oggi rivelate dalle abbondanti, se pur mal connesse, ricerche, della Valente.
Carbonaro? non carbonaro? ricerche vane. Tutta la sua adesione alla Carboneria fa nell'opera prestata per la sua diffusione e il suo riordinamento, quando Marat, saitando disperatamente dall'una all'altra debole frasca delle opinioni correnti nel Reame, volle elevare della combattuta società segreta un propugnacolo avverso all'onda fascinosa della propaganda indipendentista svolta dogli agenti inglesi a favore dell'esule monarca di Sicilia. E, se Zurlo fu realmente geloso dell'indipendenza napoletana, e, sul cadere del 1811, ne dette concreta prova, accordandosi con il Maghella per ribeUareMurat a Napoleone, se quest'ultimo avesse voluto riunire Napoli all'Impero, la notizia Testò, Btno ai nostri giorni, sepolta nelle carte di archìvio, e i contemporanei non la seppero.
Del resto, non fu Zurlo, e lo sapevano anche i suoi denigratorilo stesso Collctta a macchinare la partenza di Ferdinando I per Lubiana e la redazione del famoso messaggio al Parlamento e alla nazione ma furono gli ambasciatori delle grandi potenze presenti in Napoli, con un atto, che, sollevandosi nelle più alte sfere della politica internazionale, s'imponeva, inderogabile necessità, al ministero e al Parlamento stesso.
Nemico, questo si, come affermò il Colletto, del municipalismo), nel quale pareva sfociare il moto carbonaro; e, se dobbiamo credere al Savarese, che ne fu educato.