Rassegna storica del Risorgimento

"ARCHIVIO (L') PUGLIESE DEL RISORGIMENTO ITALIANO"; PUGLIA ; GIO
anno <1947>   pagina <95>
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Libri e periodici 95
fini di una obbiettiva ricostruzione elei grande fenomeno dell'unificazione italiana. Opportunamente lo rileva, con la lunga sua consuetudine agli studi cattancani, anche Antonio Monti in un rapido documentato volumetto sul '48.
Concretissima sensibilità dei problemi sociali e politici nell'ardente polemica con i reazionari, i monarchici, i tiepidi dimostra, insieme con una poderosa mente di storico, il Cattaneo. Animatore dell'insurrezione delle Cinque Giornate, dopo averla sconsigliata perchè immatura nella preparazione bellica, il Cattaneo lotta animosamente contro il sempre imminente pericolo austriaco e cerca, contro ì moderati codini e contro gli astratti unitari, di far fronte all'espansionismo sabaudo, inteso a fondere la Lombardia nel Piemonte, senza darle adegnate garanzie costituzionali e liberali.
La sua strenua difesa della più elevata maturità politica dei Lombardi contro l'ancor troppo recente conversione del legittimismo piemontese al costituziona­lismo appare in tutti i suoi momenti incerti, combattuti e drammatici nell'opera sull'insurrezione milanese. Disposto a valutare adeguatamente l'apporto militare di Carlo Alberto, il Cattaneo ne rivela però l'interna debolezza, dovuta ne sono prove inconfutabili gli avvenimenti al timore di veder prevalere in Lombardia le correnti più audaci, più novatrici nel campo politico e sociale. Il dramma della incapacità della politica del carciofo ad attuare la rivoluzione nazionale, tra­scinando seco tutte le energie vive del Paese, è scolpito in modo spesso impres­sionante nelle pagine vibranti del Cattaneo. Tutta l'incerta e assurda condotta di guerra del Piemonte e la sua forte pressione per affrettare la fusione cul­minanti nel triste episodio di Milano di agosto si rilevano ogni giorno nelle infinite manovre tese a contenere gli stimoli rivoluzionari della guerra di popolo. Il punto cruciale della tragedia quarantottesca si conferma con certezza nell'urto tra la vecchia tradizione e concezione dinastica in via di esanrimento e l'ancor immatura spinta rivoluzionaria.
Meno complesso e ponderato, ma forse più originale, appare il giudizio del Pisacane nella sua Guerra combattuta. C'è nell'opera del nobile socialista capo di Stato Maggiore della repubblica romana un pensiero meno positivo che si traduce in uno stile più faticoso, involuto e spesso astratto. Ma l'esperto di cose militari non si limita ad esaminare con dottrina specifica gli errori innumerevoli commessi dal mistico Amleto e dai suoi generali, bensì indaga nel profondo le ragioni della sconfitta e più ancora le cause dei mali di tutta la società.
La miseria e la religione sono i primi ausiliari dei despoti; esse mantengono l'ignoranza nelle masse e corrompono l'intima sostanza spirituale che è, con l' organizzazione, la forza degli eserciti. Il pensiero della Nazionalità bastò per l'insurrezione, ma non bastava per la vittoria. Che sia un re, un presidente, un triumvirato a capo dol governo, la schiavitù del popolo non cessa, se non cambia la costituzione sociale.
Questo è il cardine del pensiero del Pisacane, che matura i piani e i programmi degli isolati utopisti studiati dal Cuntimori e pare specialmente nel saggio sulla rivoluzione riecheggiare con cognizione dei testi le correnti socialiste e comu­niste europee. Non sono gli eroi e i potenti quelli che cambiano i destini delle nazioni, ma i bisogni delle nazioni che generano gli eroi; questi rappresentano sempre la personificazione di un principio in nome del quale afferrano il potere scrive ancora nella Guerra combattuta. L'Italia è schiava, perchè mancava nel popolo la rivoluzione delle idee che deve sempre precedere la rivoluzione mate­riale, e mancavano i pensatori che nel silenzio del gabinetto avessero cercato il rimedio alle tante sofferenze del popolo, che venivano espresse dall'odio al pre­sente. Un popolo, che insorge prima che sappia quali rimedi bisogna apportare a* suoi mali, è perduto. E indica in modo preciso la potonza della borghesia italiana, che* anche nelle sue velleità costituzionali, cela il proposito di dominare