Rassegna storica del Risorgimento

1848-1849 ; GENOVA
anno <1950>   pagina <84>
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Carlo Bandi di V esine
generale ebbe il torto di non controllare sufficientemente la truppa, che commise degli eccessi ripetizione di quelli di Novara i quali vennero ad incuorare la resistenza.
Anche qui però occorre, più che minimizzare i fatti come avrebbe voluto fare il Colombo, accettare a discarico le considerazioni riservate che il La Marniera ha steso il 2 luglio 1849 sulle condizioni della fanteria sarda nell'aprile: mancanza di sotto ufficiali e ufficiali, assoluta indisciplina classi anziane e raccogliticce con elementi aventi precedenti penali. A questo si aggiunga il risentimento di parte delle truppe, cacciate da Genova senza viveri e obbligate a vagare per gli Appen­nini: specialmente dei bersaglieri e dei carabinieri.
II che spiega, non giustifica del tutto.
U doloroso episodio costò circa 200 fra morti e feriti alle troppe regie secondo il dispaccio di La Marmora dell'8 aprile, cifra cui corrisponde un elenco nominativo allegato; sembra esagerata la cifra di 500 enunciata dall'Anonimo di Marsiglia. Più difficile il computo fra i rivoltosi: ma sommando le cifre date per gli episodi più salienti e paragonando le fonti, si ottiene un dato non lontano dal precedente minimo in confronto all'enorme consumo di munizioni come sempre avviene in questi casi.
Le condizioni di resa definitive comportarono un'imposizione di 60.000 livrea più il carico del vitto di 30.000 uomini per sei mesi; furono destituiti diversi funzionari, il Celesia, il Montcsoro il Balestrevi ed il Grondona, e messi a riposo fra i militari il De Asarta, il Sauli ed il Mameli: però già nel luglio il Montesoro ed il Balcstreri erano reintegrati. Le condanne a morte tra i militari furono una decina. Degli esclusi dall'amnistia il solo Weber fu fatto prigione ; gli esclusi erano slati designati in base alla fama ed ai gradi assunti nella ribellione. Giuridi­camente la loro colpa si fondava sulla violazione del giuramento prestato tre giorni prima.
Si ha pure un gran -numero di espulsioni dalla Liguria: si era infarti convinti che chi faceva il gran chiasso a Genova era una mano di emigrati, come risulta da una lettera del 17 aprile di G. Covone al fratello Angelo (Archivio Govone Museo del Risorgimento, Torino).
Abbiamo visto come l'attitudine di Genova si fondasse su basilari interessi. Ma non credo si possa parlare di questione sociale, almeno nel senso odierno. Molti dei repubblicani (Pellegrini, Morellio), postulavano una specie di socialismo evangelico; ma tale aspirazione rimaneva nel vago e nel generico. Certo le accuse alla nobiltà piemontese ed ai Marchesi in Genova, rivelano una certa repulsione di classe: Celesia osserva che i popolani sono esclusi dalla Guardia Nazionale. Ma si tenga presente che anche per la Francia uno studioso serio, Quentin Bauchart, t- giunto alla conclusione che il moto del luglio 1848 si deve non a condizioni sociali, ma ad una crisi economica. Genova attraversa invece allora un periodo prospero: certo, anche 13 i lavoratori beneficiano della crisi politica ottenendo migliori condizioni di vita: ma il lavoro è ancora chiuso nel quadro tradizionale a base corporativa. Barione Polliti scrive all'Erede sottolineando la protezione accordata dai facchini alle case private: in tanto tumulto non avvengono saccheggi. Solo alla fine del 1849 la polizia ri preoccupa dell'infiltrazione di libri socialisti francesi : molto ricercato è, ad esempio, un libro del Considérant.
Quali furono le ripercussioni del moto? Dal punto di vista intomo è esatto asserire, per molteplici testimonianze, che esso affrettò la formazione del ministero