Rassegna storica del Risorgimento
1848-1849 ; TRIESTE
anno
<
1950
>
pagina
<
105
>
Il Quarantotto-Quarantanove, ecc. 105
e tentennamenti, tra la suggestione per una rinnovata repubblica di San Marco ed un'aspirazione non molto sentita, in fondo ad un'unione col Piemonte) ve* dremo l'aspetto più puro, maturo e consapevole della risorgente coscienza nazionale italiana esprimersi forse solo nell'insurrezione di Milano e nel tentativo mazziniano a Roma.
Questo o ben poco più vedremmo se togliessimo l'afflalo vivissimo di libertà die circola dappertutto. E dovremmo per di più negare il Quarantotto-Quarantanove, condannandolo in nome di una insufficiente organizzazione* mentre esso è una tappa sicura di nna nuova coscienza comune di tutti gli Italiani, un momento felice e veramente di grazia dello spirito umano.
Perciò non interessa, nella considerazione dei fatti triestini, di andare a ricercare le cause del loro fallimento militare e politico. Quello che interessa è di constatare in che modo Trieste si inserisse nella generale commozione e nell'universale entusiasmo per la libertà.
Io direi che Trieste può vantare proprio una maggior pregnanza ideale del suo pur fallito tentativo insurrezionale, di fronte alla priorità nell'azione di cui altre regioni d'Italia possono menar vanto. Ed il perchè è da ricercarsi in una tradizione di libertà che affonda le radici nel municipalismo secolare e di mai smentita italianità. Il richiamo all'italianità, come motivo tipicamente quarantottesco non direbbe ancora nulla; che anche prima di quella data innegabilmente i Triestini si sentivano italiani.
Potremmo aggiungere che nemmeno l'Austria e non dobbiamo pensare alla Austria sistematicamente e volutamente negatrice della fisionomia nazionale dei Triestini del successivo periodo irredentistico negava allora l'italianità di Trieste, dell'Istria, della Dalmazia, al Mettermeli interessando soltanto che l'Italia < in sede politica continuasse a rimanere un'espressione geografica.
Per i Triestini di allora e tralasciamo volutamente l'accenno alla consapevolezza nazionale più matura dei patrioti dal Gazzolctti al dall'Ongaro, dall'Orlandini allo Hcrmet e al Revere il verbo di libertà era ovvio si esprimesse spontaneamente, naturalmente, con un richiamo all'Italia, come a quell'entità nazionale, colla quale i Triestini erano portati a solidarizzare per legami secolari di lingua, di cui* tura e di costumi.
Pensare diversamente, significa, per dirla con uno storico istriano di valore, il Sestan, prospettarsi l'italianità di Trieste quasi come un'italianità speciale, di seconda mano, meno nobile per antichità di origine e meno fondata nel tempo e nel suolo . Trieste per quanto è italiana, lo era già e pienamente nel Quarantotto e nel Quarantanove; e se era speciale la sua italianità, ripeteremo, ancora col Sestan, che lo era ai infatti, ma allo stesso modo come è speciale l'italianità della Sardegna o della Sicilia o del Piemonte.
E come ho accennato alla tradizione municipalistica per dar rilievo alla maturità civile con la quale i Triestini esultavano per le ottenute libertà costituzionali, aggiungerò ancora che per la stessa tradizione illuministica e cosmopolitica della città nuova , la parola meravigliosa di libertà non poteva non suonare a Trieste anziché impoverita come era possibile avvenisse per certe regioni d'Italia meno aperte ad influssi che non fossero strettamente locali più ricca invece e più com-pletamcnte intesa, accentuata semmai nel suo significato, per la particolare funzione mediatrice ed assimilatrice della città, attraverso il lievito sano della cultura italiana.