Rassegna storica del Risorgimento
NOVARA (ARMISTIZIO DI)
anno
<
1950
>
pagina
<
116
>
116
Corrado de Biase
H nuovo gabinetto De Launay-Pinclli, un'ora dopo la nomina, ri presentò alia Camera. Subito ai levò a parlare Giovanni Lanza, della Sinistra, il quale domandò una relazione analitica degli avvenimenti della guerra e un'inchiesta sulle cause ella sconfitta; ammise che, se mai la maggioranza democratica non avesse preveduto abbastanza gli avvenimenti certi o probabili, sarebbe stata rea di delitto nazionale; ed accennò pure, in modo indeterminato, alla perfidia di nemici interni, a voci diffuse di premeditato tradimento, di arti scellerate, infernali, sataniche. Senonchè il Presidente del consiglio e il Pinelli dichiararono che non conoscevano ancora, non solo le cause precise dei terribili avvenimenti, ma neppure i termini dell'armistizio. Similmente il ministro delle Finanze, Giovanni Nigra, aggiunse che aveva da un'ora all'altra accettato l'ufficio per obbedienza al Sovrano e per dovere di patria, senza conoscere affatto lo stato delle finanze. Si decise allora una nuova adunanza per la sera dello stesso giorno 27.
Alle 21, il Governo potè finalmente comunicare le condizioni dell'armistizio. Turbatosi il Presidente del consiglio, subito dopo l'inizio della lettura, a causa del tumulto dell'aula e delle gallerie, sali non senza coraggio alla tribuna il Pinelli, fra un terribile scoppio d'imprecazioni. La clausola che consentiva alle truppe austriache di occupare il territorio fra il Po, la Sesia e il Ticino, oltre che, parzial-niente, la cittadella di Alessandria, suscitò un'altra tempesta e grida e invettive accanite contro gli Austriaci e contro i pretesi traditori. Il Risorgimento, che di consueto era misurato e sobrio nei commenti alle discussioni parlamentari, cosi descriveva la scena: È impossibile il dare un'idea esatta della commozione destatasi nella Camera e comunicatasi sull'istante nella ringhiera del pubblico, nel-l'ascoltare i primi patti del generale Radctzki per la sospensione delle ostilità. Grida improvvise sorsero da ogni parte, grida che nessuna forza parea poter arrestare se, anche in quel momento, l'intimo senso del proprio dovere e l'orrore medesimo dell'abisso in cui siamo caduti, non avessero soperchiato l'impressione del dolore che agitava la Camera .
Anche la clausola con la quale si stabiliva che tutta la flotta sarda lasciasse entro quindici giorni l'Adriatico e rientrasse nei porti dello Stato, provocò proteste e rumori vivissimi nella Camera e nelle gallerie. E la fine della lettura fu accolta da nuove voci di disapprovazione e di indignazione generale.
Il ministro osservò subito che, quantunque gravi e dolorose fossero le condizioni dell'armistizio, non era tuttavia possibile giudicarle senza conoscere precisamente lo stato dell'esercito; e comunicò che molto più onerose erano le clausole prima proposte dal nemico e che solo in seguito alle premure del Re erano state mitigate. Ma, se l'angoscia era comune a lutti i partili nella Camera, i deputati dell'opposizione non ebbero più freni: la maggioranza democratica si sentiva direttamente chiamata in causa ed era tratta, in più o meno buona fede, a non accettare interamente la propria parte di maggiore responsabilità e a riversarla su altri, senza determinare ehi questi fossero e senza addurre prove sicure:
Si succedettero accesi, violentissimi discorsi. L'armistizio fu definito un atto incostituzionale disonorante infame, una tale umiliazione che mai la storia d'Italia di mólti secoli aveva sofferta cosi grave, un atto di ignominia, una vergognosa capitolazione. Si diffidò il ministero dell'accettarlo, minacciando di accusare lui stesso, in faccia al paese, di aver violato la Costituzione e di aver tradito la nazionalità italiana. SI affermò che rimanevano pur altri mezzi per continuare la guerra,