Rassegna storica del Risorgimento

NOVARA (ARMISTIZIO DI)
anno <1950>   pagina <117>
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La discussione dell'armistizio di Novara, ecc. 117
e particolarmente l'insurrezione popolare. Si accennò di nuovo, vagamente a in* tri giù e tradimenti, a vituperevoli trame, alla scelleratezza di un partito infernale.
Il l'incili e il De Launay, che pure avevano assunto, per carità di patria, la responsabilità di un atto non proprio, di tanta gravità, tentarono nuovamente di indurre la maggioranza alla moderazione, insistendo nel rilevare che ogni giudizio era prematuro, giacché non si conoscevano interamente i fatti che avevano prodotto il disastro, e lo stato delle forze del paese al momento in cui l'armistizio era stalo sottoscritto, e comunicando di aver già chiesto al generale in capo il rapporto più esatto possibile su tutte le cause degli avvenimenti. Ma i discorsi degli oppositori ripresero insistenti, inesorabili. Si riparlò di atto da respingere con chiari segni di abominio ed esecrazione, di mano segreta che aveva velato il vero a Carlo Alberto, di patto turpissimo, di flagrante attentato allo Statuto e alla santità dei diritti nazionali.
La Camera si dichiarò convocata in permanenza. Approvò parecchi ordini del giorno, uno più forte dell'altro. Il primo, del Lanza, dichiarando incostituzionale l'armistizio, ammoniva il Governo che non potesse eseguirlo senza violare lo Statuto. Un altro, di Filippo Mellaua, della Sinistra, conteneva una specie di piano militare, la cui pratica impossibilità poteva essere offuscata solo dall'esasperazione del momento e dalla passione di parte: cioè mobilitare tutte le forze dinanzi alle mura di Alessandria e, dichiarata la patria in pericolo, concentrare intorno a Genova tutti gli uomini capaci di portare le armi. Un altro ancora, di Amedeo Ravina, anch'egli della Sinistra, ammoniva il ministero che, se, prima dell'approvazione dell'armistizio da parte del Parlamento, permettesse o non impedisse efficacemente l'introduzione di forze austriache nella cittadella di Alessandria o richiamasse la flotta dall'Adriatico, sarebbe stato imputabile di delitto d'alto tradimento. Infine, la Camera deliberò di inviare una deputazione dal Re per manifestargli i suoi sentimenti e sentire le intenzioni di lui.
Il 28, Vittorio Emanuele ricevette la deputazione e le espose i fatti della troppo breve e sfortunata campagna; disse che, se alcuni reparti dell'esercito si erano dimostrati valorosi, altri non ne avevano secondato pienamente lo slancio; espresse la speranza che le clausole dell'armistizio potessero in qualche modo essere ancora attenuate; assicurò infine che si sarebbe adoperato per salvare il più possibile l'onore del paese.
La sera dello stesso giorno 28, Benedetto Bunico, vice presidente della Camera e naturalmente di Sinistra, che era stato a capo della deputazione recatasi dal Re, riferi all'assemblea gli affidamenti espressi dal Sovrano. Da parte del ministero, il l'incili annunziò che si era determinato di spedire al campo nemico un nuovo messo a cui si sarebbero accompagnati i ministri della Francia e dell'Inghilterra, proffertisi spontaneamente , appunto per chiedere modificazioni di alcune clan* sole dell'armistizio, troppo gravi per l'onore del paese. E manifestò gl'intendimenti del Governo con spirito più combattivo: il ministero sentiva e conosceva quali fossero i suoi doveri, ove le nuove trattative riuscissero infruttuose; non nutriva bensì molta fiducia nelle insurrezioni delle masse contro eserciti disciplinati ed esercitati, ma, piuttosto che sottoscrivere patti che obbligassero il paese ad uua pace indecorosa, avrebbe ben preferito sperimentare ancora gli ultimi resti della fortuna. Bisognava perciò approfittare dei giorni di tregua per prepararsi a tutti 1 possibili eventi; e bisognava mantenersi nella massima calma, nella calma dei forti. Il ministero del reato aveva già informato il Quartier generale del passo in corso