Rassegna storica del Risorgimento
VENTURA GIOACCHINO
anno
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1950
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pagina
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121
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Il Padre Ventura e la repubblica 121
continuando i governi a camminare a ritroso, sulla etessa via, ben presto renderanno essi stessi impossibile ogni altro reggimento politico fuor del repubblicano. Se anche le monarchie costituzionali adunque periranno in Italia, ciò avverrà perchè esse avranno voluto perire. Se la repubblica si stabilirà sulle loro mine, ciò acca* drà perchè esse l'avran preparata, e la distruzione intera delle monarchie più che dei dubbi e dei comitati sarà l'opera degli stessi monarchi s>. *)
Adunque il Ventura non aveva più alcuna fiducia nelle monarchie costituzionali. In certi Stati detti liberi tutto il sistema costituzionale non è che una vera derisione, la carta è una menzogna, il parlamento è una commedia, l'elezione una impostura, la libertà è solo in parole, in fatto però non vi è che oppressione e servaggio, non solo per l'individuo, ma ancor per la nazione.2) Contro queste monarchie l'eloquenza del Teatino aveva accenti violenti, egli non le riteneva più all'altezza della situazione politica. pertanto, pur non avendo preferenza alcuna per la forma repubblicana, ne prevedeva però prossimo l'avvento ed il trionfo, e sempre però per colpa e causa degli stessi regimi costituzionali, che erano venuti meno al loro compito, per metà solo cristiani, per l'altra metà ancora pagani.
Quando egli così parlava nella bella e grandiosa Chiesa di S. Andrea della Valle dinanzi al popolo di Roma fittamente assembrato, la repubblica di Roma non era ancora un fatto compiuto, essendo stata questa proclamata il 9 febbraio 1849, dopo dichiarato Pio IX dall'assemblea costituente decaduto dalla sovranità e dopo rifugiatosi questi a Gaeta. La repubblica a Roma veniva a confermare a breve distanza le sue previsioni e a rafforzare la 6ua convinzione sulla ineluttabilità in genere della forma repubblicana, tanto più che la nascente figlia di Bruto aveva riscosso al dire del Ventura l'entusiasmo di tutte le province.
Si presentava adesso pel Teatino un problema assai grave. Rappresentante della Sicilia insorta alla Corte pontificia quale atteggiamento doveva egli assumere di fronte al nuovo Governo romano, sorto in contrasto con quello pontificio? Il prò* blema era assai imbarazzante. Accreditato presso il Papa, egli non poteva, né doveva mettersi in urto col Papa, ed applaudire al provvedimento che lo aveva dichiarato decaduto; e d'altra parte, residente in Roma, rappresentante di un Governo, quello di Sicilia, non ancora riconosciuto, con la visione degli interessi siciliani da tutelare e salvaguardare e la preoccupazione di non creare altri nemici alla sua terra diletta, egli ritenne giusto e politicamente opportuno riconoscere il nuovo Governo, accettare la Repubblica, non come potere di diritto, ma come potere di fatto. Scriveva pertanto il Ventura già fin dal 14 febbraio al Governo di Sicilia, che il nuovo Governo di Roma, essendo legalmente e legittimamente costituito, dovesse essere dalla Sicilia riconosciuto nella certezza di esserne a vicenda riconosciuta subito essa stessa. Chiedeva quindi nuove credenziali ed istruzioni, per potere entrare con esso nuovo Governo in rapporti ufficiali. Dichiarava che il suo attacca mento alla religione ed al Pontefice non gli avrebbe mai fatto tradire la causa dell'Italia, della libertà e del popolo, alla quale egli scriveva - anzi io intendo, che II principio religioso ed una pronta riconciliazione col Pontefice potrà dare forza di appoggio e garanzia di durata . 8)
1) Op. cit., p. XXK.
2) Op. cit., p. 12.
3) Vedi: Pornwo, op. cit.t p. 18 sgg. (cito dall'Estratto), Palermo, 1940.